Burkina Faso / Dopo il golpe
Il popolo del Burkina Faso ha rischiato di essere di nuovo soffocato dalla forza militare e dalla brama di potere. Ha combattuto e alla fine ha avuto la meglio. La caparbietà con cui aspira alla democrazia dimostra il livello di maturità raggiunto.

E chi l’avrebbe detto che il popolo del Burkina Faso sarebbe stato capace di resistere e di vincere contro la prepotenza dei militari fedeli all’ex dittatore, Blaise Compaoré, che sul paese aveva spadroneggiato per 27 anni? La gente del Burkina ha mostrato al mondo intero – anche se i media (soprattutto in Italia) lo hanno praticamente ignorato – che una società civile matura esiste anche nell’Africa subsahariana. Africa che, solitamente, è considerata solo come una terra da rapinare delle sue ricchissime risorse o una fonte di problemi.

Non si può nascondere l’incredulità nello scoprire che, mentre i responsabili della Comunità economica dei paesi dell’Africa occidentale (Cedeao), con alla testa Macky Sall, presidente del Senegal, e Bony Yayi del Benin, cercavano un modus vivendi con il nuovo uomo forte del Burkina, il generale Gilbert Dienderé, migliaia di giovani burkinabè affrontavano le pallottole della Guardia presidenziale a mani nude o, al massimo, con bastoni e fionde, senza piegarsi di fronte alla feroce reazione dei “berretti rossi”, riuscendo a spuntarla. Dienderé era alla testa del Reggimento di sicurezza presidenziale (Rsp), che il 16 settembre scorso aveva interrotto bruscamente quel processo verso la democratizzazione del paese, seguito alla cacciata di Blaise Compaoré, il 31 ottobre 2014, e che doveva portare alle elezioni previste per l’11 ottobre prossimo.

Così, grazie alla pressione della comunità internazionale, alla fedeltà nella transizione dell’esercito nazionale, ma, va sottolineato, soprattutto alla caparbietà del popolo burkinabè, i putschisti hanno dovuto arrendersi.

Il presidente della transizione Michel Kafando è stato rimesso al suo posto assieme al governo diretto da Isaac Zida, come era giusto. Risultato ottenuto grazie anche (è doveroso sottolinearlo stavolta) alla fermezza sulla crisi in Burkina mostrata dall’Unione Africana (Ua), che non aveva esitato a definire i putschisti “terroristi”. Forse è vero dunque che l’Ua intende farla finita “una volta per tutte” con i colpi di stato in Africa.

Ed ecco la notizia di ieri: il capo golpista, il generale Gilbert Diendéré, alla testa dell’ex reggimento di sicurezza (ormai sciolto) del presidente Compaoré, è stato accusato formalmente di «attentato alla sicurezza dello stato» e di altri dieci capi di imputazione. Con lui è sotto accusa anche il generale di gendarmeria Djibrill Bassolé, ex-ministro degli esteri di Blaise Compaoré.

Entrambi sono stati inoltre incriminati – cosa ancor più grave – di «collusione con forze straniere per destabilizzare la sicurezza interna». Il governo di transizione in un comunicato pochi giorni prima aveva detto di essere a conoscenza della mobilizzazione di forze straniere e di gruppi jihadisti (senza precisarne né il numero né la provenienza) chiamati in soccorso dai putschisti per realizzare il «loro funesto disegno». Era il momento in cui i soldati dell’ex-reggimento di sicurezza presidenziale avevano interrotto il processo di disarmo. I due generali sono accusati anche di «uccisioni, colpi e ferite volontarie…e di distruzione ricercata di beni». Accuse più che lecite dato che le manifestazioni della popolazione contro il golpe sono state represse con la forza provocando 10 vittime.

Nel frattempo l’inchiesta sul golpe va avanti. Gli ultimi arresti sono quelli di Léonce Koné, secondo vicepresidente del Congresso per la democrazia e il progresso (Cdp), e Hermann Yameogo, presidente dell’Unione per la democrazia e lo sviluppo (Undd), tutti e due vicini a Blaise Compaoré. A questo punto è difficile immaginare che uomini vicini a Compaoré possano ancora pretendere di candidarsi alle prossime presidenziali. Anche se i dubbi restano. Se la legge elettorale approvata nei mesi precedenti al golpe impediva di fatto la loro candidatura, il successivo accordo di resa siglato dalla Cedeao con i militari autori del golpe prevede invece elezioni “inclusive”, spianando la strada alla loro partecipazione. Sarà quindi necessario risolvere la questione.

A fine mese si dovrebbero ritrovare a Ouagadougou il gruppo internazionale di contatto sul Burkina Faso e i responsabili politici del paese con gli obiettivi di fissare una nuova data delle elezioni presidenziali (inizialmente prevista per l’11 ottobre e naturalmente riportata) e non fare mancare gli aiuti di cui il paese ha ancora tanto bisogno. Una cosa è certa dopo tutta questa faccenda: “La terra degli uomini integri” (significato di “Burkina Faso”) ora è anche una terra di uomini maturi, desiderosi di una vera democrazia e di cambiamento.

Nella foto sopra Djibrill Bassolé, ex-ministro degli esteri di Blaise Compaoré (a sinistra) e il generale Gilbert Diendéré, mente del colpo di stato dello scorso 16 settembre. Entrambi incriminati ieri con 11 capi d’accusa.