Il caso Burkina Faso

Nel paese per anni intrappolato nella zona grigia tra democrazia e dittatura, la determinazione dei cittadini a difendere la propria Costituzione ha evitato nuove derive militariste e il perpetuarsi al potere di Compaoré. La lezione positiva che arriva dall’Africa.

Il 29 novembre 2015, circa 3 milioni di burkinabè hanno eletto un nuovo presidente: Roch Marc Christian Kaboré. Si tratta dell’ex primo ministro ed ex segretario del partito di governo, il Congresso per la democrazia e il progresso (Cdp), poi abbandonato per passare all’opposizione, nel gennaio del 2014. Nonostante i timori degli osservatori internazionali, il voto è stato sostanzialmente regolare. Né ci sono stati strascichi significativi in termini di contestazioni del risultato.

Che i cittadini burkinabè si siano recati alle urne per eleggere il loro presidente non rappresenta certo una novità. Si tratta, infatti, della quinta elezione tenutasi nel paese dal 1991, anno in cui fu ratificata la nuova Costituzione democratica. La vera notizia è che per la prima volta il nome di Blaise Compaoré, alla guida del paese per 27 anni, non compariva nella lista dei 14 candidati in corsa. Da circa un anno il paese era guidato da un governo di transizione, istituito in seguito alla crisi politica dell’ottobre 2014, provocata dal tentativo di Compaoré di eludere il limite di rieleggibilità previsto dalla Carta fondamentale. Crisi culminata con la fuga dell’ormai ex presidente e nella quale ha rischiato di sprofondare nuovamente il paese a metà settembre 2015, se fosse andato a buon fine il tentato colpo di stato condotto dalla guardia presidenziale, il Reggimento della sicurezza presidenziale.

Gli ultimi 12 mesi, quindi, hanno messo in evidenza debolezze e virtù di un paese alla ricerca non solo di un successore al suo leader storico, ma anche e soprattutto della propria identità politica.

Il contesto
Il capitano Compaoré aveva preso il potere nel 1987 – negli Stati Uniti governava Ronald Reagan, per dare un’idea di quanto tempo sia passato –, guidando un colpo di stato che aveva rovesciato il regime “marxista” instaurato solo quattro anni prima da Thomas Sankara, ucciso in circostanze mai del tutto chiarite. Nel corso dei suoi 27 anni al potere, Compaoré non è riuscito a portare prosperità al suo popolo. Nonostante la recente crescita economica e la relativa stabilità interna, dopo un passato tra i più turbolenti della regione, il Burkina Faso rimane tra i paesi a più basso livello di sviluppo umano, secondo il Rapporto dell’Onu. Anche il bilancio delle riforme istituzionali era deficitario. All’inizio degli anni Novanta, Compaoré assecondò l’ondata di democratizzazione che aveva investito il continente africano al termine della Guerra fredda, approvando una nuova Costituzione. L’istituzionalizzazione del multipartitismo e delle elezioni, unita a una certa apertura nei confronti della società civile e dei media indipendenti, tuttavia, non si tradusse in una reale adesione di Compaoré allo spirito democratico. Era pur sempre un soldato.

L’articolo 37 della Costituzione del 1991 prevedeva che il presidente fosse rieleggibile una sola volta. Un anno prima delle elezioni del 1998, Compaoré eliminò tale articolo. Ma due anni più tardi, per sedare le proteste, seguite all’assassinio di un giornalista, l’articolo venne re-introdotto, assieme a una riduzione della durata del mandato presidenziale da 7 a 5 anni. Alle successive elezioni del 2005, tuttavia, il presidente si ricandidò appellandosi alla non-retroattività della norma. E già dal 2010, poco dopo aver iniziato quello che avrebbe dovuto essere l’ultimo mandato, cominciò a trapelare la sua intenzione di eludere il vincolo costituzionale.

Timori che si rivelarono fondati quando, il 21 ottobre 2014, una proposta di emendamento costituzionale fu sottoposta all’attenzione del parlamento. La reazione dei cittadini, soprattutto dei più giovani – che rappresentano il 60% circa della popolazione – fu immediata. (…)

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*Andrea Cassani è ricercatore post-doc presso l’Università degli Studi di Milano

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