TATALITA – DICEMBRE 2016
Elianna Baldi

Bangui, Centrafrica. Alla fine di un caldo pomeriggio, una manina si infila tra le maglie della rete del cancello e cerca invano di aprirlo. Il rumore mi attira e così vado ad aprire. Una bambina di nove o dieci anni, vestita con una camicetta e dei pantaloni troppo piccoli e stracciati, un po’ sporca, con l’aria spaventata. Cerca le suore “che tengono da loro i bambini”.

C’è un orfanotrofio a pochi chilometri da noi, ma è fuori del quartiere e non so come farcela arrivare. Dice di essere orfana e maltrattata dalla zia. E, per questo, di essere scappata.

Un giovane venditore ambulante di scarpe osserva la scena e si avvicina entrando nel dialogo con gentilezza e con la volontà di aiutarci. Convinciamo la bambina ad andare a passare la notte nel vicino centro che accoglie gli sfollati di guerra e le diciamo di ripresentarsi il mattino successivo.

Prima di tornare alle sue occupazioni, il giovane ambulante mi dice che deve trattarsi certamente di una likundu, una bambina-strega, a causa della sua pelle squamata nelle mani e nei piedi, malattia che qui chiamano “del pesce”.

All’alba Nonsià (abbreviazione di Annunciata) è nuovamente nella casa delle comboniane. Mentre mi preparo, la faccio sedere e le do del latte caldo con pane e cioccolato. Il suo sorriso, dolcissimo e soddisfatto, mi accoglie quando mi porta la tazza e il piatto completamente ripuliti.

Sale nella vecchia Suzuki bianca e partiamo per la città. Si siede come una turista, aprendo grandi gli occhi e allungando il collo per non perdere nulla dei luoghi che attraversiamo.

Sbarchiamo alla Voix du coeur, un centro per bambini di strada. Accolgono solo maschi. Un nuovo centro per ragazze è stato aperto appena fuori Bangui, ma devono avere almeno 14 anni. Mi incoraggiano a portarla dalle suore di Madre Teresa. Quando scendiamo dalla macchina, le bambine accolte dalle suore sono sedute in gruppo e si stanno pettinando l’un l’altra. Nonsià si impaurisce incrociando il loro sguardo un po’ sospettoso. Riconosco una di loro, le chiedo di portarmi dalle suore e la provoco finché non mi sorride.

Spiego la situazione e le suore accettano di prendere la piccola. Lascio il mio nome e recapito, e compilo una scheda di accoglienza con tutte le informazioni che Nonsià dà di sé stessa. Prima di presentare la bimba alle compagne, le dicono davanti a me che, se disobbedisce o picchia qualcuno, verrà espulsa.

Mentre me ne sto andando, la suora incaricata mi dice che faranno delle ricerche per trovare la famiglia e capire cosa veramente è successo. L’accordo è che io non torni finché non avranno terminato le loro ricerche.

Nonsià fa girare le suore in lungo e in largo, senza mai arrivare a quella che lei possa riconoscere come casa, finché un giorno un ragazzino la saluta chiamandola per nome. E la vicenda si chiarisce.

Dopo la morte della mamma, lei e il suo fratellino sono rimasti da una zia che li trattava male e che è in seguito morta. I due sono allora accolti dalla nonna, ma anche lì i maltrattamenti continuano. Un giorno, la zia che abitava con la nonna ha dato a Nonsià dei soldi e l’ha mandata via, dicendole di non tornare mai più.

Nonsià e il fratellino hanno una malattia congenita che li rende diversi e quindi potenzialmente likundu. La malattia “del pesce” è una sclerosi sistemica, caratterizzata da fibrosi con indurimento della cute e di vari organi. Un medico italiano di passaggio a Bangui mi ha detto con molta tristezza che è progressiva e senza rimedio. E che morirà tra dolori atroci.

Le cure amorevoli delle suore hanno reso la sua pelle meno dura e meno facilmente soggetta a ferirsi. Adesso va a scuola e si gode l’infanzia. Ci siamo incrociate nei corridoi della scuola e mi ha abbracciato come avesse ritrovato la sua mamma. Un nodo mi ha stretto la gola. Nonsià non sa che sta morendo.