Secchi di plastica colorata completi di rubinetto e sapone. Per lavarsi le mani prima di accedere a un ufficio pubblico o entrare in classe, fino a quando le scuole sono rimaste aperte (giovedì 20 marzo). E’ anche così che il Niger – 22 milioni di abitanti, 440 dollari il Pil pro capite malgrado le importanti risorse del suo sottosuolo – sta combattendo il Covid 19.

I casi positivi sono 253 (al 6 aprile), 10 i decessi, 217 le persone in cura, in gran parte nella capitale Niamey. «Il paese ha un sistema sanitario fragile, può contare su una decina di posti in terapia intensiva per far fronte ai casi più acuti. Il numero di letti nei reparti di pneumologia sarà aumentato a 300, ma non sarà sufficiente a contenere la pandemia in rapida espansione. Il rapporto tra medici e abitanti, pur migliorato negli ultimi 10 anni, è di 1 a 15mila e può arrivare a un medico  per 40mila persone nelle aree rurali. La popolazione è giovane (metà ha meno di 15 anni), ma alcune fasce sono vulnerabili a causa di problemi come malnutrizione o tubercolosi» spiega il dottor Alberto Piubello, da 13 anni in Niger come coordinatore dei Programmi di turbercolosi resistente in vari paesi africani.

Il nuovo ospedale di Niamey (500 posti letto), costruito con l’aiuto della cooperazione cinese, è la struttura di riferimento per il Covid 19. La capitale può contare anche su un ospedale universitario e uno nazionale. A Maradi, nel sud del paese, è stato inaugurato un anno fa un ospedale da 550 posti letto (finanziato in parte dalla Turchia). A dicembre 2016 erano recensiti tre ospedali nazionali, tre militari, cinque privati, sei regionali e 33 distrettuali.

A partire dal 29 marzo Niamey (1,3 milioni di abitanti) è isolata dal resto del paese: c’è il coprifuoco dalle 19 alle 6 di mattina, le scuole sono chiuse, gli assembramenti vietati e i mercati vengono disinfettati ogni sera. Ma durante il giorno i bambini giocano nelle strade, è impossibile far rispettare la distanza sociale, come pure pensare a un confinamento in casa: la maggior parte della popolazione vive alla giornata grazie a piccoli commerci e la chiusura dei mercati significherebbe la fame.

«Chi ha mezzi per farlo, fa provviste per paura che vengano a mancare le scorte nei negozi. Poche ore dopo l’annuncio delle prime misure, a metà marzo, le mascherine erano già esaurite nelle farmacie,  dove adesso manca anche il gel disinfettante. Un amico ha comprato una scatola di guanti monouso (oggetto praticamente sconosciuto fino a poco fa) per la cifra equivalente a 11 euro! » dice Seidi Mohamed Abdourahmane, consulente a Niamey per un progetto sulla prevenzione dei conflitti frontalieri.

Il ministero della Sanità ha diffuso volantini con indicazioni molto chiare e messaggi radio, invitando al rispetto delle norme igieniche. Il sito www.coronavirus.ne risponde alle principali domande sul virus anche via chat e ogni giorno aggiorna i dati dei casi positivi. Due i numeri verdi a disposizione: 15 per pronto soccorso e  701 per informazioni.

«Nei villaggi c’è bisogno di estendere a tutti il lavoro di sensibilizzazione, in primo luogo  traducendolo nelle lingue parlate localmente» spiega Mouhamadoune Mohamed Abdourahmane, presidente della rete Organisation de la Societé Civile a Abalak (6.680 chilometri a nord-est di Niamey). Negli ultimi giorni l’Osc ha tradotto regole, divieti, consigli delle autorità civili in tamasheq, fulfuldé, haussa, arabo.

«Gli abitanti di Abalak, in gran parte allevatori seminomadi, hanno avuto reazioni diverse di fronte alla minaccia Covid 19: chi si è fatto prendere dalla paura, chi minimizza, chi parla di complotto per impedire ai musulmani di andare in moschea, chi infine è convinto che a 40 e più gradi il virus non attecchirà» osserva Mouhamadoune, che lavora per Acrpe, una Ong locale impegnata a creare orti comunitari per le donne «La cronica mancanza d’acqua certo non aiuta a applicare le norme igieniche necessarie»  aggiunge.

Prima ancora che in Niger fosse registrato il primo caso ufficiale (19 marzo) il presidente Mahamadou Issoufou aveva già deciso, il 17 marzo, la chiusura degli aeroporti e delle frontiere, di scuole e università, chiese e moschee, cinema, bar e ristoranti. Oltre alle norme di distanza sociale e di igiene.

Nel discorso alla nazione del 27 marzo ha stabilito, fra l’altro, l’assunzione di 1.500 agenti sanitari, la scarcerazione di 1.540 detenuti (fra cui l’ex primo ministro Amadou e il capo dell’opposizione Hama Amadou) per alleggerire le carceri, e l’adozione di misure economiche per le imprese e per le classi sociali più a rischio. Un piano da 597 miliardi di Fca (911,5 milioni di euro), per sostenere il quale ha fatto appello alla solidarietà internazionale, chiedendo anche la remissione del debito ai paesi più svantaggiati.

Ad Agadez – città carovaniera a mille chilometri dalla capitale, ora punto di partenza dei migranti verso la Libia – è intanto arrivata  una buona notizia. La copia di un video di 23 secondi è pervenuta alla redazione del giornale on line Aïr Info: mostra i volti di due italiani, padre Pierluigi Maccalli, 59 anni, missionario della Società delle Missioni Africane, e Nicola Chiacchio, un turista italiano, che affermano la loro identità e la data, 24 marzo, in cui vengono filmati.

Padre Maccalli era stato prelevato dalla sua parrocchia a Bomoanga (150 chilometri a sud ovest di Niamey, al confine con il Burkina Faso) la notte fra il 17 e il 18 settembre 2018. Non si sa, invece, quando Nicola Chiacchio sia stato preso dai terroristi, scrive Ibrahim Manzo Diallo, direttore di Aïr Info. Il rapimento di entrambi, attribuito dal giornale di Agadez al movimento jihadista Gruppo per il sostegno all’islam e ai musulmani (Jnim), non è mai stato rivendicato.