I COLORI DI EVA – luglio-agosto 2010
Roraya Chabouha Piazza *

Ricordo che era un sabato. La giornata era bella e avevo deciso di andare a fare un giro sul lungomare. Me ne stavo là ad ammirare la bellezza del mare e delle sue onde. Lasciavo che lo splendido sole mi scaldasse con i suoi raggi. Il cielo era azzurro. Tutto attorno, un forte odore di salsedine. Che non disturbava.

Ascoltavo il rumore delle onde. Sembrava rispondessero ai mille pensieri che mi passavano per la mente. Pensieri di donne oppresse, maltrattate, violentate. Anche tra le mura di casa.

Come se la mia testa avesse trasmesso un chiaro segnale e questo fosse stato captato da un’antenna misteriosa, perfettamente sintonizzata sulla mia stazione trasmittente, una donna mi si fermò accanto. Mi voltai verso di lei. Di certo le sorrisi. Credo di averla anche salutata a parole. E lei cominciò a parlare. Senza alcun preambolo.

«Sono una donna molto paziente. Ho sofferto molto. Ho subito tanta violenza da mio marito. Ma non ho mai avuto il coraggio di denunciarlo. Né di raccontare alla mia famiglia cosa mi stesse accadendo.

Ci sono state violenze fisiche e morali. Quelle morali sono le più dolorose. Umiliano di più e fanno più male dentro.

Quando, la sera, rientravo dal lavoro, non trovavo mai pace in casa. C’era sempre lui che sembrava aspettare proprio me per sfogare la sua violenza bestiale. Ero una donna che uno psicologo avrebbe definito “traumatizzata”.

Finché, un bel giorno, ho deciso di liberarmi da quell’incubo denunciandolo. Se avessi continuato a tacere e a sopportare, lui avrebbe continuato a maltrattarmi e a violentarmi.

Ripeto: il mio ex marito mi ha distrutto più moralmente che fisicamente. Lui era il tumore della nostra famiglia».

La guardavo. L’ascoltavo. E la capivo.

«Mi ero sposata – continuò – convinta di aver trovato il massimo della gioia per una donna. Da subito, però, mi convinsi che mi ero profondamente illusa. Il periodo della felicità fu brevissimo. Presto, molto presto, sono cominciati i guai.

Sono stata picchiata pochi giorni dopo il matrimonio. Che fai in simili situazioni? Chiedi il divorzio? Impensabile. Mi domandavo che cosa avrebbe detto la gente. E come l’avrebbe presa mia madre? Ero prigioniera di due falsi amori: quello di mio marito e quello dei miei familiari.

Mi sono detta che, forse, le cose sarebbero cambiate con l’arrivo del primo figlio. Mi sono sbagliata anche in questo. Mi ha picchiato da sposa e ha continuato a farlo quando sono diventata madre. Anzi, con il trascorrere del tempo, diventava più violento. E io ero sempre più sottomessa e sempre più terrorizzata. Mi prendeva a schiaffi, a pugni, a calci… Ma era un esperto in questo: sapeva fare in modo che i lividi che mi procurava fossero per lo più su parti del corpo coperte dai vestiti. Se non ci riusciva del tutto, ci pensavo io a camuffare, con eccessiva timidezza, i neri sul viso e sulle braccia».

Poi un lungo silenzio. Suo e mio.

Ci sedemmo su una panchina.

Riprese: «La mia rabbia è di non aver reagito subito. Non mi perdono ancora la stupidità di aver sprecato tanto tempo della mia vita, sopportando tutte quelle violenze.

Con la separazione, ho pensato di poter imparare di nuovo a volare. Ho creduto di aver riconquistato la mia libertà. Soprattutto, ho pensato di essere riuscita a liberare il mio spirito dal fango della vergogna. Avevo sempre creduto nell’amore. Ma mi rimaneva tanta confusione dentro. Mi sembrava – e mi sembra tuttora – di aver sprecato qualcosa di molto importante, di aver perso qualcosa di fondamentale che avevo costruito dentro di me».

Ancora silenzio. Forse però le parlò il mio sguardo.

«Certamente ti domandi perché ti stia raccontando tutto questo. Mi fa bene parlare. Lo faccio con profonda tristezza e bruciante malinconia. Ho pensato di essere riuscita a far ripartire un sogno. Mi sono separata con consapevole emozione. Ma ho trovato dentro di me il vuoto. Anche se è un vuoto pieno di significati, di parole, di una spietata insensibilità volutamente lasciata cadere nel silenzio. Sarebbe stato meglio se avessi usato la prudenza che la mia età mi suggeriva.

Oggi sono addolorata. Mi manca il sorriso. Manco a me stessa».

Le sfiorai la mano con la mia.

«Voglio augurarmi che passerà. Spero che avvenga presto. Perché ho bisogno di togliermi di dosso questo peso, questo pensiero. Devo rompere il silenzio».

Aveva già cominciato a farlo.

Mi salutò così: «Noi donne siamo perfette. Ma di perfetto in noi non c’è niente».

Ricordo ancora i suoi occhi: la sua anima vi si rispecchiava. Sul suo volto avevo letto le vibrazioni, le emozioni del suo cuore pensante, disinvolto, spericolato, disimpegnato.

È sempre il cuore che interpreta i nostri pensieri e dà forza alle nostre scelte.

Dobbiamo imparare a parlare e a gridare, se vogliamo rompere il terribile silenzio che circonda la nostra vita. Per continuare a vivere, nella serenità e nella sicurezza, con i nostri figli, in un mondo pulito e civile.