Da Nigrizia di novembre 2011: migranti, il ghetto di Rignano (Foggia)
Una bidonville abitata da ivoriani, maliani, guineani, congolesi e senegalesi, arrivati per lavorare il pomodoro per pochi euro al giorno. Un villaggio in cui trovi ammassate vite di scarto in condizioni difficili, tra bordelli, fumi e situazioni igieniche al limite. Una piccola fetta di Africa che spunta in Italia e abbandonata a sé stessa.

Il “ghetto” è un viaggio. Fisico. Spirituale. Storico. Giungere al “ghetto di Rignano”, in provincia di Foggia, significa intraprendere un cammino a ritroso nello studio del diritto. Un tuffo in un mondo indefinibile. Uno straccio di terra nera, nerissima, cupa, a zolle, che nessuna cartina geografica identifica con certezza. E, ovviamente, nessun cartello.

 

Ci si arriva per conoscenza, per passaparola, per intuizione. Ci si arriva seguendo le biciclette sgangherate, cavalcate, come destrieri azzoppati, da immigrati seri e silenziosi. Il “benvenuto” è un cassonetto stracolmo di spazzatura. Monnezza che tende al cielo e che nessuno viene a raccogliere. Anzi.

 

Antonio Gisolfi, il sindaco di Rignano Garganico, il paese che dà involontariamente il nome a questo agglomerato di vite povere, prova a scaricarsi il peso di affrontare la fatica di questa amministrazione. E cerca di prenderne le distanze. «Tutti accostano quel villaggio al mio paese, ma il Ghetto di Rignano è localizzato nella campagna tra Foggia e San Severo, due chilometri oltre il confine comunale».

 

C’è voluto l’impegno di un sacerdote, Arcangelo Maira, scalabriniano, direttore dell’ufficio Migrantes dell’arcidiocesi di Manfredonia, Veste e San Giovanni Rotondo, per stabilire con certezza che quest’orgia di case e lamiere, in realtà, fa parte del territorio di San Severo. È stato lui il primo uomo a mettere piede su questi sentieri di terra, sabbia e fango. Quando vi è arrivato, si è trovato di fronte gruppi sparsi di migranti, lavoratori nomadi giunti in Italia con una miriade di prospettive e sogni, saturi di promesse e speranze. Sono figli dell’Africa e nipoti del Mediterraneo, che non conoscevano che dialetti locali e il francese, e raffazzonavano qualche monosillabo in italiano. Uomini e donne dell’Rd Congo, della Guinea-Bissau, del Mali, della Costa d’Avorio, del Burkina Faso.

 

Vite sparse. Nel ghetto vivono stabili e stagionali. Ci vivono anche i loro caporali. Una catena sociale non da poco. Yvan Sagnet, portavoce dei migranti di Nardò (Lecce), quando ha visitato il ghetto, ne è uscito sconvolto, proprio costatando questa convivenza forzata: «Lì è molto più difficile vivere, perché non ci sono strutture di accoglienza. I caporali vivono con loro». Ma, se 15 anni fa c’era un manipolo di esistenze che tentava di darsi un senso, oggi i migranti (200 circa; ma sono arrivati a essere anche 500) tentano di darsi una direzione, una normalità, persi tra gli odori dei ristoranti, i fumi dei bordelli, le sbornie da vino e birra (per i cristiani), i martellamenti della musica hip hop e gli schitarramenti rock che grandi antenne paraboliche donano come una manna tecnologica. Aromi, sapori e rumori che invadono stradoni e stradine, tutte affogate dal fango d’inverno e seppellite dal vento d’estate.

 

Stagioni. Sono le stagioni, l’alternanza di colture, a dettare la demografia di questo villaggio di scarti e cartone. Buona parte dei ragazzi che vi dimorano in estate (ammassati anche in 10-12 in ogni baracca), vi giungono per la stagione del pomodoro e sono impiegati nei campi, sfruttati a un costo sempre più basso e per un lavoro sempre più tosto. Fino a un paio di anni fa, si guadagnava benino: 5 euro, 4 e mezzo, ad andare male. Poi, con la scusa della crisi, dell’inflazione, del costo della vita, la remunerazione è scesa a 3 euro a cassone, che contiene 100 chili di oro rosso.

 

La crisi. Quella che ha portato al ghetto Ibrahim, anche lui senegalese, sposato e con tre figlie. Ibrahim è vissuto a Brescia. Per dieci anni ha lavorato in fabbrica. Poi, la cassa integrazione e il sussidio di disoccupazione. «Non me ne resta tanto», si rammarica. «Qui a Foggia mi dicevano che era possibile lavorare nei campi, ma mi sono accorto subito che non è così. Siamo troppi». Sono troppi. Così, i braccianti pregano perché piova. Con i campi infangati, le ruote dei mostri meccanici non resistono sulla terra. Ci vogliono più braccia e gambe resistenti.

 

Allah. Lo pregano in una moschea provvisoria. Non ci sono muezzin. Non ci sono minareti. Solo la composita articolazione di battenti di porte in disuso, fil di ferro e cartoni. Nessuno slancio verso l’alto, ma la semplicità modesta e umile della terra. Quando i fedeli pregano, a sera, è come se cantassero alla luna crescente: piccoli uomini dominati dalla grandezza della natura. Inginocchiati, su tappeti improvvisati, ripetono sottovoce nenie di speranza e di dolore, spalle alla strada, volto alla Mecca. Lo curano, il loro tempio. Lo tengono pulito.

 

Riciclo. Alla natura non tolgono nulla. Non utilizzano cemento: non ci sono mattoni. Spesso, forzando l’immagine, sono la chiusura di un insostenibile ciclo dei rifiuti. Il rettore dell’Università di Foggia, l’archeologo Giuliano Volpe (che ha promesso di istituire borse di studio per chi è stato costretto ad abbandonare gli studi nel suo paese d’origine), se ne meraviglia: «Ho visto un villaggio ricavato dai nostri scarti. Ho visto una serie di abitazioni costruite con porte in disuso trasformate in pareti, legno, reti di letti». Già, perché, tranne il paio di masserie, le abitazioni sono un osanna al riciclo, alimentate da gruppi elettrogeni e da mozziconi di candele.

A metà della strada principale, grosse autoclavi forniscono acqua potabile. Sono solo l’ultima conquista. Sudata. Padre Arcangelo Maira, con tutto un universo di associazionismo solidale, ha dovuto urlare per anni prima di ottenerla, dopo aver portato quintali di angurie per supplirne la mancanza. E l’ha ottenuta quasi come un favore: una concessione munifica della regione Puglia. Hanno portato l’acqua ad agosto, quando il sole arroventa la terra e la temperatura carezza i 50°, fra i titoli di autocompiacimento di assessori e consiglieri regionali. Eppure, per tre anni, da quando, nel 2008, la Regione ha scelto di monitorare le aree a più alta presenza migrante per apportarvi aiuti, a Rignano non è arrivato nulla. Per tre anni, il ghetto è stato fuori dalla portata conoscitiva dell’Occidente, relegato a stato a parte.

 

I bagni. Prima di quest’estate nel ghetto non c’erano nemmeno i bagni. Ragazzi, donne, bambini e adulti urinavano e defecavano nei campi, sotto il cielo, trasformando l’intero villaggio in una latrina. L’aiuto è stato solo un’illusione fugace. Giusto il tempo concesso alla comunità pugliese di prendere consapevolezza del fenomeno.

Ibrahim, portavoce dei migranti di San Severo, non fa nulla per nascondere lo scontento. A decine, su quegli stessi campi, un tempo gabinetti, ci abitano. Fisicamente. Nel senso che sulla terra hanno adagiato i materassi, montato per rifugio delle tende canadesi. Ciabatte ai piedi, con indosso una maglia bianca della Cgil, Ibrahim ricorda, come un mantra, che «le condizioni in cui siamo relegati sono terribili ». Chiede umilmente spazio, non più del consentito. È cosciente che «il futuro passa dalle nostre mani e da quelle dei giovani italiani. Insieme». Predica, in fondo, un mondo che non c’è ancora e in cui l’integrazione è nei fatti, non nelle teorie.

 

La violenza. Compressi tra normalità e rivendicazioni, sopravvivono molti problemi. La prevaricazione violenta, innanzitutto. Lo testimonia la storia di un ragazzo maliano. Si chiama Aboubakar Koné. Dice: «Ero già stato in Puglia. Una volta, visto che non venivo retribuito, chiesi i soldi e fui sprangato in testa». Aboubakar finì in coma e fu ricoverato a Foggia. Gli intimarono di non parlare, se non voleva buscarsi il resto. D’altronde, è pieno il camposanto del capoluogo del Tavoliere di lapidi con la scritta “Ignoto”. Fuggì a Rosarno e poi di nuovo al ghetto, dove, con l’aiuto di padre Arcangelo, denunciò i suoi aguzzini.

 

Case d’appuntamento. Nel ghetto sopravvivono anche trappole morali. Cinque case d’appuntamento riconoscibili (ma ce ne sono di più), che alimentano un sistema di prostituzione che ingabbia e costipa. Le ragazze, alte e appariscenti, non hanno molto da scegliere. Anche se restano distanti dalle statali, sono sorvegliate e protette da grosse matrone e relegate nel villaggio fragile, dalle porte labili. C’è poi un florido mercato dello spaccio, rifornito da chi bazzica i suq della droga di San Severo.

Mimmo Di Gioia – portavoce di Libera, l’associazione di don Ciotti, per la provincia di Foggia – si rammarica: «Ci sono situazioni che, di primo acchito, lasciano esterrefatti. Purtroppo, queste dipendono anche dall’incapacità di far funzionare il sistema degli alberghi diffusi».

 

I bambini. Ma ci sono anche i bambini che corrono per le strade del ghetto. Saltano fra le pozzanghere ai piedi dei cisternoni di acqua potabile. Parlano italiano come gli italiani e ridono come se tutta questa desolazione e questo caldo intorno non fossero che una vita normale, come tante altre. Hanno giocattoli, calciano palloni, montano tricicli e inforcano biciclette. Le fanno correre su un vialone in terra battuta. Se si stancano, ci sono i genitori a prenderli a cavalcioni, gambe in spalla e piedi penzoloni.

Una bambina richiama la nostra attenzione: vuole mostrarci la sua bicicletta nuova. Avrà un paio d’anni, treccine nere come il petrolio che le scendono sulle spalle e sulla schiena. Mentre corre, inciampa in un fosso e cade. Piange. Il padre la consola. Vivono, in tre – madre, padre, figlia – in una delle self-made house del villaggio, a una decina di metri da un casino, la cui luce azzurra illumina una bandiera della pace stesa su di una parete. Un paio di tavoli fungono da sala d’aspetto. Di fianco, una sorta di macelleria. Carcasse di vitelli pendono da un soffitto in lamiera. Il macellaio impugna un coltellone minaccioso. Rifornisce molti degli esercizi di ristorazione presenti nel ghetto.

 

L’inverno. Di fronte, proprio di faccia all’abitato, il Gargano domina il paesaggio. Da qualche parte, mentre nel ghetto il caldo strozza le gole dei braccianti del pomodoro, sul promontorio di San Michele villeggianti inconsapevoli si godono il sapore della salsedine. Quella modesta montagna, poco più di una collina, vista dalla conca del ghetto, è una barriera invalicabile. Qualcuno l’ha definita “una bacinella di terra e fango”.

 

Andar via è come arrivarvi, con la differenza che si parte cambiati. Alle spalle, un mondo triste; dietro l’angolo opposto, l’Occidente. Che stringe le palpebre per non guardare e per non sapere che anche a Rignano-barra-San Severo giungerà presto l’inverno.

 


 



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