ECONOMIA IN BIANCO & NERO – gennaio 2011
Riccardo Barlaam

Una buona notizia. Gli economisti del Fondo monetario internazionale (Fmi) dicono che nel 2011 l’Africa continuerà a crescere. E che andrà meglio che nel 2010. Nell’ultimo World Economic Outlook dell’Fmi c’è un capitolo con questo titolo: “La crescita dell’Africa accelera”. Con tutte le sue contraddizioni e i suoi ritardi strutturali e storici, nonostante tutti i “se” e i “ma”, il continente va veloce, aiutato da un quadro macroeconomico stabile e da politiche mirate allo sviluppo. La crisi del 2009 sembra essere un ricordo, almeno stando alle fredde statistiche, che però fotografano lo stato delle cose. Nel 2009 la crescita del Pil africano è crollata al 2,6%. Nel 2010 il Pil è tornato in media vicino al 5%. Nel 2011 dovrebbe migliorare ulteriormente (5,5%), sostenuto dai flussi di aiuti internazionali, dalle rimesse dei migranti e dal buon livello dei prezzi delle materie prime. Le prospettive, insomma, sono buone, con tutte le differenziazioni del caso, da area ad area.

La ripresa della domanda mondiale di petrolio e l’aumento dei prezzi spingono le economie dei paesi esportatori. La Nigeria, principale produttore di greggio, continuerà a registrare una forte crescita anche nel settore non-oil, mentre l’estrazione petrolifera sta aumentando, in virtù di una minore instabilità politica nella regione del Delta del Niger. Il Pil della Nigeria dovrebbe crescere del 7,4% nel 2011 (come nel 2010). Anche in Angola, dopo il crollo delle esportazioni petrolifere nel 2009, che ha ridotto il Pil a una crescita dell’1%, nel 2010 è cominciata l’inversione di tendenza (6%), che dovrebbe ulteriormente migliorare quest’anno (7%).

I paesi di mezzo, le Middle-Income Economies dell’Africa subsahariana, si sono anche essi incamminati sul sentiero della ripresa. Il Sudafrica, principale economia del continente, dopo l’ubriacatura dei Mondiali (che sono stati senza dubbio un successo e un buon biglietto da visita in mondovisione), sta beneficiando di una forte domanda di commodities da India, Corea e Cina, e da un buon andamento dei suoi prodotti manifatturieri verso l’area euro. Ci sono anche segnali di una ripresa della domanda interna. Dopo una contrazione della crescita del Pil sotto il 2% nel 2009, l’Fmi prevede un aumento superiore al 3,5% nel 2011.

Negli altri paesi, a basso reddito, i fattori che incidono positivamente sull’andamento economico sono i finanziamenti internazionali, le rimesse e altri fattori interni. In Kenya, ad esempio, la ripresa del turismo e il miglioramento delle produzioni agricole hanno spinto la crescita della ricchezza prodotta al 4,1% nel 2010, che dovrebbe confermarsi quest’anno.

Un effetto della crisi internazionale che si farà ancora sentire in Africa è una conseguenza del taglio di bilanci delle economie dei paesi ricchi. Taglio da cui deriva una diminuzione degli aiuti allo sviluppo, con ricadute sulle condizioni economiche dei paesi più poveri. In ultimo, gli economisti del Fondo rilevano i passi avanti fatti da tanti paesi nelle politiche economiche che hanno ora obiettivi di medio termine; questo, in un quadro di crescita economica, di stabilità politica e di spesa pubblica sotto controllo, non tarderà a far sentire i suoi effetti. Insomma, la nave va.

Tocchiamo un altro tema: anche in Africa c’è una corsa al nucleare per far fronte alle necessità energetiche. Allo stato attuale, come racconta il mensile americano Foreign Policy, esistono due impianti nucleari, entrambi in Sudafrica. Presto ne sorgeranno altri. Il Senegal è diventato l’ultimo paese africano in ordine di tempo a impegnarsi a realizzare un impianto per la produzione di energia nucleare entro la fine di questo decennio, e la Francia si è offerta di prestargli assistenza tecnica. Anche Algeria, Egitto, Ghana, Kenya, Marocco, Tunisia e Uganda auspicano di avere in funzione propri impianti nucleari entro la fine del decennio. Il Sudafrica, con l’aiuto dei coreani, punta a sei nuovi impianti entro il 2023.

L’Africa possiede circa il 20% dell’uranio reperibile nel pianeta, ma la sua tecnologia e il suo know-how nucleare sono molto scarsi. Di conseguenza, Cina, Giappone, Russia e Corea del Sud hanno già iniziato a esportarvi la tecnologia nucleare. La Nigeria nel 2008 ha stretto un accordo con l’Iran per ricevere tecnologia nucleare. Anche il Niger, produttore di buona parte dell’uranio che alimenta i reattori francesi, ha avviato colloqui con il Sudafrica per essere aiutato a sviluppare le proprie capacità nucleari.

L’Africa ha sete di energia. La crescita demografica e l’urbanizzazione accentueranno questa domanda. Se una centrale nucleare fa paura in un paese occidentale, cosa potrà succedere in Africa dove non ci sono – né ci potranno essere a breve – i livelli di controllo e di sicurezza dei paesi occidentali? Si tratta di una corsa pazza verso uno sviluppo che può portare all’autodistruzione o di una opportunità per fornire energia a un continente ancora al buio, che fa registrare appena il 3% dei consumi energetici mondiali? A voi la risposta.

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