Senegal / Donne e Africa
L’esperienza di una piccola associazione di microcredito che opera in Senegal per incentivare l’imprenditorialità femminile, la lotta alla salinizzazione dei terreni, l’orticultura e per migliorare l’alimentazione delle famiglie.

“Il valore è il denaro, il cibo e la sussistenza. Ma il valore sono anche i valori relazionali e la riconoscenza. I contadini stessi possono essere dei trasmettitori di conoscenza ai professori universitari”.
 
Parole di Julitte Diagne Cisse, senegalese, fondatrice dell’ Association Sénégalaise pour le Développement Intégré (A.S.D.I.) che ha sede e opera nell’estremo sud del Paese, nella regione della Bassa Casamance.
 
A.S.D.I. è stata fondata nel 1988 da Juliette Diagne e Pascal Manga per rispondere ad uno stato di forte difficoltà della popolazione. Un deficit provocato dalla siccità, dall’isolamento e dalla guerriglia indipendentista che ha segnato gli ultimi 25 anni di questo territorio. L’associazione opera in diversi settori dal microcredito per incentivare la piccola imprenditorialità femminile, lotta alla salinizzazione dei terreni, orticoltura per differenziare e migliorare l’alimentazione delle famiglie. E rivolge una particolare attenzione agli equilibri ambientali, sociali ed economici nel territorio, ricercando continuamente la legittimità della propria azione con il coinvolgimento diretto della base della popolazione. Tra le progettualità ora in cantiere ce n’è una che riguarda la rivalorizzazione in ambito aromaterapico delle piante aromatiche della Farmacopea Tradizionale Senegalese della Casamance.
 
Julitte Cisse

Nigrizia.it, grazie alla collaborazione di Sergio Pasini responsabile Italia di A.S.D.I., ha incontrato Julitte Diagne in occasione della sua visita in Italia per ritirare il Premio Artusi 2006 qualche settimana fa.

 
Ecco l’intervista che abbiamo realizzato (traduzione dal francese a cura di Sergio Pasini).
 
Come l’Africa può soccorrere l’Occidente ?
 
E’ chiaro che l’Africa non può apportare all’Occidente “aiuti” nel senso che l’Occidente stesso attribuisce a questo termine, per esempio capitali o tecnologie. Il vero problema dell’Occidente è la mancanza di umanità nei sistemi di relazione. Riproporre questa tendenza fa sì che i rapporti economici tra le Nazioni vengano costruiti partendo da una base di ingiustizia e da immagini deformate dei soggetti implicati. Il deterioramento dei termini di scambio e delle rispettive rappresentazioni fa sì che, per esempio, i prodotti africani non vengano comprati al loro giusto prezzo. La mancanza di investimenti economicamente sostenibili nel continente africano ha come risultato che i prodotti africani non ricevono il loro giusto valore aggiunto. Credo che il futuro della nostra convivenza come Nazioni sarà molto più rassicurante se l’Africa potrà essere considerata non più oggetto di interventi, ma soggetto che apporta soluzioni utili a tutti, partendo dalla sua cultura, dal senso di umanità e di giustizia della sua gente. Ma per fare questo dobbiamo reciprocamente guardare con coraggio in modo critico a quanto è stato fatto finora. Non solo l’Europa ha bisogno di fare autocritica, anche l’Africa stessa dovrà rivedere, alla luce del suo passato, molte delle scelte portate avanti dalla sua classe dirigente. Attraverso uno sguardo critico e libero da sedimenti etnocentrici occorre ridefinire e rivalorizzare il sistema di relazioni tra Occidente e Africa, partendo proprio dall’elaborazione del conflitto e dalla necessità di approfondire la nostra conoscenza reciproca, base per la ricerca della legittimità necessaria a qualsiasi azione cooperativa.
 
Come sta secondo lei oggi l’Africa ?
 
Quarant’anni dopo il sogno delle Indipendenze, è triste constatare che la situazione dell’Africa è stata molto inquietante ed oscura. Questi ultimi decenni sono stati segnati da guerre, genocidi, corruzioni e malgoverno. Fortunatamente, possiamo notare che negli ultimi tempi il processo democratico sta mettendo radici. Anche se con errori e cambiamenti di direzione, contraddizioni e paradossi, constatiamo che situazioni come quelle, per esempio, della Liberia, della Repubblica Democratica del Congo, dell’Angola, della Costa d’Avorio stanno imboccando la strada della soluzione. E’ importante notare che spesso, attraverso un lavoro sotterraneo e capillare, sono le organizzazioni popolari che si fanno carico di creare le condizioni del dialogo e della convivenza pacifica. Più che sulle situazioni di emergenza, su cui peraltro è necessario intervenire, occorre che l’Occidente focalizzi la sua attenzione su queste esperienze positive di partecipazione democratica. Occorre ristabilire condizioni di giustizia economica e sottoscrivere progetti di cosviluppo, basati sulla sostenibilità ambientale e sociale, incoraggiando quelle parti della società civile locali che si battono per il cambiamento e l’emancipazione della popolazione.
 
Il ruolo delle donne per lo sviluppo del continente africano.
 
In Africa, come ovunque nel mondo, la donna è la pietra angolare della società. E’ all’inizio ed è fine del tutto. Ma la vera particolarità della donna africana è che lei stessa è il principale agente economico della comunità. E’ attraverso le sue molteplici attività che si creano i guadagni che permettono alla famiglia di svolgere il proprio ruolo dentro la società. La donna africana è l’agente innovatore e propulsivo della collettività. E’ attraverso la sua fantasia, il suo duro lavoro, il suo elevato senso del rispetto reciproco che ogni giorno si affrontano i problemi legati alla riproduzione del corpo sociale. Un altro aspetto che mi preme sottolineare è la funzione educatrice della donna dentro la comunità: da una parte è detentrice di tutta una serie di saperi utili alla sussistenza ed al benessere del gruppo, dall’altra è colei che si fa spesso carico della trasmissione e della riattualizzazione di tali saperi.
Per esempio, nella ricerca sulla farmacopea tradizionale, nel nostro territorio sono le donne che detengono molte delle conoscenze botaniche, farmacologiche e sanitarie che riguardano l’uso delle essenze vegetali locali. Sono le donne che conoscono e sanno trasformare le piante in cibo, cosmetici, farmaci e quant’altro sia necessario alla famiglia. Questa è una delle motivazioni che ha spinto l’ASDI ad individuare nelle donne il motore del cambiamento, il centro della propria azione.
 
In quale modo si innova la tradizione senegalese ?
 
La tradizione senegalese fa parte del patrimonio culturale del Paese. Quindi la nostra preoccupazione non è tanto quella di restaurare un sistema di saperi in modo da riproporlo così com’era, per ritornare a chissà quali età felici originarie. Il nostro scopo è quello di riconsiderare questo corpus di conoscenze alla luce delle scoperte scientifiche della modernità. Crediamo, per esempio in ambito sanitario, che i nostri tradipraticiens (i medici tradizionali) possano collaborare in termini di pari dignità e di reciprocità con i ricercatori universitari del sud e del nord. La Medicina tradizionale deve restare africana ma, nello stesso tempo, aprirsi al rigore scientifico occidentale. Si tratta di costruire un sistema di relazioni che sappia liberarsi delle scorie delle rappresentazioni pre e post coloniali, per riconoscere appieno l’importanza della rispettiva complementarietà dei saperi. La tradizione senegalese deve restare profondamente locale proprio per meglio aprirsi al mondo esterno.
 
Piante e medicine, aromaterapia, quale ruolo per le grandi case farmaceutiche ?
 
Penso che oggi ci troviamo di fronte ad un gigantesco paradosso. E’ impossibile ignorare la composizione ed i principi attivi dei fitofarmaci della medicina tradizionale che sono utilizzati ancora oggi tutti i giorni in tutta l’Africa nera dal 75% della popolazione e, nello stesso tempo, è evidente che nessun Paese africano possiede la capacità finanziaria, di risorse e di apparecchiature per impegnarsi in una ricerca sistematica in questo settore. L’unica possibilità a disposizione dell’Africa è quella di fare appello al senso di giustizia ed all’eticità dell’azione delle multinazionali farmaceutiche in modo che ci sia una ricaduta sulla popolazione derivante dalle loro eventuali ricerche in questo ambito. Purtroppo però, a volte in forme non lontane dalla biopirateria, possiamo constatare come nelle grandi imprese transnazionali domini la logica del profitto e non venga tutelata la proprietà intellettuale che le popolazioni dovrebbero avere su vegetali da loro stessi utilizzati in loco da tempo immemorabile. Occorre che questa materia venga regolamentata in modo che ci sia, da una parte, un’equa e positiva ricaduta sui gruppi locali in modo da preservare gli equilibri ecologici e sociali e, dall’altra, non si finisca, come spesso è avvenuto nel passato, in uno sfruttamento selvaggio delle risorse ambientali.
 
Quali sono i prossimi progetti di ASDI ?
 
La progettualità di ASDI si è da sempre basata su due assunti di base che sono, per altro, fortemente connessi:
il miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni che passa attraverso un miglioramento della dieta e dalla disponibilità per le persone di sostanze con cui migliorare la propria salute ed il proprio benessere. Una delle nostre parole d’ordine più importanti è la prevenzione;
la tutela del nostro territorio, che si attua sia attraverso la difesa delle risaie dalla salinizzazione dei terreni dovuta al cambiamento climatico globale ed alla diminuzione delle piogge, sia attraverso la progressiva differenziazione delle colture. Il che significa lottare contro le monoculture intensive destinate al mercato e tutelare la biodiversità del nostro habitat.
E’ seguendo questa filosofia che ASDI, attraverso gli orti collettivi di villaggio ha reintrodotto nelle diete la verdura e la frutta. Proseguendo in questa strategia la nostra attenzione si è rivolta alle piante officinali del nostro territorio, specialmente a quelle da cui si possono estrarre essenze aromatiche. Molte di queste sono spontanee e a volte infestanti i terreni a maggese: si tratta di piante utili per la produzione di oli essenziali il cui utilizzo va dall’ambito farmaceutico e sanitario, a quello cosmetico. Uno degli scopi, in collaborazione con ENDA Graf, è quello di ridurre la dipendenza dall’Occidente per ciò che riguarda l’importazione di farmaci di sintesi. Il nostro sogno sarebbe quello di costruire delle filiere sostenibili ed ecologiche di prodotto in modo da rendere la tutela della biodiversità del nostro territorio un fattore economico importante per le collettività.
 
 
Crediamo che sia molto importante per le popolazioni, riapprendere a consumare “locale”, rivalorizzando in questo modo assieme alle materie prime tutte le conoscenze a queste connesse: mi riferisco, per esempio, alla cucina, alla tecniche di conservazione dei cibi, alla prevenzione delle malattie ed agli usi terapeutico/sanitari ed a quelli legati all’igiene della persona. Nel fare ciò, occorre prestare una particolare attenzione agli aspetti ed ai simboli che provengono dalle religioni tradizionali, a cui larga parte della popolazione è legata, in modo da valorizzarli e renderli complementari al contesto della modernità. Le popolazioni locali devono essere consapevoli che questo patrimonio di conoscenze tradizionali è il loro patrimonio culturale da cui possono partire per realizzare la propria emancipazione.
Senza questi prerequisiti difficilmente un’azione potrà apportare benefici reali e duraturi nel tempo.
 
 
Qual è il cammino africano per lo sviluppo ?
 
Il cammino più sicuro per lo sviluppo del continente africano è, a mio parere, un percorso nel quale l’Africa resti se stessa. Finora abbiamo avuto dei modelli di sviluppo che venivano imposti dall’esterno attraverso le grandi istituzioni finanziarie internazionali (Banca mondiale, FMI, G8, ecc.). Sfortunatamente questi programmi, in molti casi hanno destrutturato le economie africane con risultati disastrosi, aggravando la povertà nelle città come nelle campagne. E’ dunque venuto il tempo che l’Africa sappia elaborare un proprio modello di sviluppo, o meglio una propria via originale che sappia tenere conto prioritariamente della propria cultura e che sappia innovare in termini di modernità le proprie tradizioni.

(Le foto in questo testo e nella home page sono di Emiliano Navarnino che ringraziamo per la gentile concessione).