I COLORI DI EVA – novembre 2011
Elisa Kidané

Giuste e reali le preoccupazioni di Benedetto XVI per il declino della sua amata Europa. Belle e magistrali le “lezioni” teologiche che impartisce nei suoi frequenti viaggi europei. Coraggiose le sue denunce nei riguardi sia della chiesa che della società europee. I suoi viaggi sono veri pellegrinaggi missionari. Ultimo, quello nella sua Germania, con 18 straordinari discorsi. Niente peli sulla lingua, ma richiami decisi e mirati al ricupero dell’identità cristiana. Quello di Benedetto è un pontificato all’insegna della rievangelizzazione dell’Europa.

Dei suoi 47 viaggi intrapresi in questi sei anni di pontificato, uno solo in Africa, in Camerun e Angola (2008). I mass media manipolarono quella visita, prendendo spunto da una delle mille frasi pronunciate dal Pontefice. Così, per giorni e giorni il mondo si chiese se i preservativi potevano o meno proteggere l’Africa dal flagello dell’Hiv. In quel viaggio, Benedetto XVI non solo volle «confermare i fratelli nella fede», ma riconobbe «la genuinità e vitalità di quelle chiese, troppo spesso gravate da iniqui sistemi socioeconomici».

Ripeto: un solo viaggio in Africa. A quando un’attenzione più mirata all’Africa? Spero nella prossima visita a Cotonou, in Benin (18-29 novembre). Per ora, tuttavia, l’Africa – che ha dato un contributo non indifferente alla cristianità – si sente un po’ orfana nella nostra chiesa. Sfogliando il martirologio cristiano, ci s’imbatte in quasi mille africani e africane tra i primi santi e sante del cristianesimo. Quest’Africa ha già donato tre papi. Per non parlare di sant’Agostino e san Zeno, famosi vescovi della prima ora della chiesa universale.

Nel 2003 a Parigi, durante una conferenza promossa dall’Istituto di studi agostiniani, l’allora arcivescovo di Algeri, mons. Henri Teissier, evidenziò come la chiesa d’Africa dei primi secoli avesse avuto una parte fondamentale nella vita e nello sviluppo del cristianesimo. Disse: «Le più antiche opere di teologia cristiana in latino a noi pervenute non furono scritte in Italia, in Spagna, in Gallia o in Dalmazia, ma a Cartagine». Se nei primi secoli è stato possibile un travaso di saggezza e di santità dal sud al nord del Mediterraneo, come mai questa eredità è andata poi affievolendosi, fino quasi a scomparire? Fino a quando l’Africa dovrà abbeverarsi all’acqua cristallina di santi e sante d’oltremare? Durante il pontificato di Giovanni Paolo II, dal 1978 al 2005, sono stati “fatti” 1.353 beati e 482 santi, tra cui santa Bakhita, sudanese e 6 beati africani: due ugandesi, una malgascia, una congolese e uno nigeriano.

A questo riguardo, ecco un aneddoto. Circa un anno fa, durante la celebrazione eucaristica in occasione della festa di Patrizio, grande santo irlandese, il sacerdote disse: «Preghiamo san Patrizio, patrono dell’Irlanda e della Nigeria». Ebbi un sussulto: Nigeria? Pensai di aver capito male e chiesi alla mia vicina: «Ha detto Nigeria?». «Sì, Nigeria», mi rispose, guardandomi come a dire: «Che c’è di strano?». Niente di strano. Ma io non riuscii più a seguire “religiosamente” la messa.

Mi succede spesso di pensare alla nostra Madre terra Africa, che deve prendere in prestito tutto. Penso ai suoi popoli, alle sue chiese, considerate eternamente “giovani” (leggi “immature”), mai pronte per qualsiasi responsabilità. Penso ai santi e alle sante d’Africa invisibili. Penso al martirologio moderno dell’Africa: laici comuni, catechisti e catechiste, religiose e religiosi, vescovi… uccisi per aver professato la loro fede. Penso a quanti nomi sono scritti in cielo, ma che non vengono presi ad esempio sulla terra. Penso a quelli che, per un colpo di fortuna, sono arrivati ad essere “beati” e a quelli che sono “in lista d’attesa” da secoli. Penso alla Nigeria, che per patrono deve prendersi in prestito san Patrizio…

Tocca ai figli e alle figlie d’Africa darsi una mossa. Tocca alle chiese locali far riemergere pagine di storia santa e mettere in luce la perla nera incastonata da sempre nella corona della chiesa universale. Nel 2003, il card. Francis Arinze, prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, a Dakar (Senegal) per un assemblea generale dei vescovi africani, disse: «Finora non esiste un santo patrono di tutta l’Africa, come invece accade per tutti gli altri continenti. Per l’Africa, terra di martiri, potrebbero svolgere il compito di patroni i martiri dell’Uganda, santa Bakhita, il beato Tansi e altri».

Anche dopo due sinodi africani, l’Africa attende ancora. Intanto, una silenziosa schiera di uomini e donne continua a dare testimonianza al Vangelo, la “Buona notizia” intessuta nella carne e nella quotidianità del continente che ha accolto Gesù, profugo in Egitto, e lo ha aiutato a portare la Croce, in quel Simone, «incontrato sulla via», originario di Cirene (cf. Mt 27,32).