Il congolese Florent Ibengé, allenatore del Berkane (Marocco)

Con le grandi novità dell’ultima edizione della Coppa d’Africa, la Caf ha dimostrato di guardare sempre più diffusamente all’Europa, manifestando chiaramente l’intenzione di volersi uniformare alle dinamiche del circus europeo. Da un po’ di tempo a questa parte tutto, nel mondo del calcio africano, sembra seguire le orme di quanto accade nel Vecchio Continente: dai calendari, al modo di gestire commercialmente il brand di alcune leghe, fino ad alcune scelte di politica sportiva.

Ma c’è un posto dove il fascino di questa omologazione sembra aver perso la forza del passato: le panchine. Se nel 2017, infatti, solamente 4 nazionali su 16 erano allenate da un allenatore locale, nel 2019 su 11 delle 24 panchine sedeva un allenatore africano, 10 dei quali addirittura autoctoni.

Tra di loro, a spiccare, c’erano soprattutto i due esponenti più appariscenti della nouvelle vague africana in fatto di guida tecnica, il congolese Florent Ibengé e il senegalese Aliou Cissé, l’unico allenatore nero del Mondiale 2018: «Sono l’unico allenatore nero e mi dà fastidio stare qui a rimarcarlo. Nel calcio il colore della pelle non c’entra nulla», aveva dichiarato un anno fa l’ex capitano della leggendaria spedizione dei Leoni della Teranga ai Mondiali nippocoreani del 2002.

Ibenge, ex allenatore della Rd Congo attualmente sulla panchina del Berkane, in Marocco, invece, aveva preferito liquidare la questione con una battuta sarcastica: «Sarà perché i neri, come si dice, non sanno prendere decisioni». 

Dietro l’ironia si nascondeva una verità sotto gli occhi di tutti: la folta presenza, in Africa, di commissari tecnici europei, spesso anche poco quotati in patria. I perché di questo fenomeno sono di natura storica, sociale e culturale.

La scelta di affidarsi ad una guida tecnica europea da parte delle nazionali africane, infatti, non va vista come una moda, ma risponde ad una necessità chiara in un continente grande tre volte l’Europa e popolato da migliaia di etnie, come hanno ben spiegato Tado Oumarou e Pierre Chazaud nel loro Football, religion et politique en Afrique: “L’allenatore bianco, simbolo del professionismo, è visto come un’entità super partes, garante contro le preferenze di matrice etnica”.

Concorda lo scrittore Simon Kuper, secondo il quale ciò dipende dal fatto che un allenatore viene scelto anche in termini di rappresentatività e autorevolezza. E il profilo più autorevole, forse cavalcando la retorica comune, è quello di un allenatore che sembri un allenatore, vale a dire un uomo bianco, tra i 40 e i 60 anni.

Per questo, nonostante la netta inversione di tendenza rispetto al passato dovuta ai successi ottenuti dall’emergere di una nuova, interessante scuola di allenatori africani, l’esercito degli “stregoni bianchi” continua ad essere il più numeroso, anche se notevolmente ridimensionato nei ranghi: i francesi, come da tradizione, sono la pattuglia più folta.

In Egitto, nel 2019, a rappresentare il paese di Victor Hugo in Coppa d’Africa, erano in sette: da Nicolas Dupuis (Madagascar) a Sébastien Migné (Kenya), passando per Sébastien Desabre (Uganda) e Corentin Martins (Mauritania), fino ad arrivare ad Alain Giresse (Tunisia), Michel Dussuyer (Benin) e al guru Hervé Renard, campione d’Africa nel 2012 con lo Zambia e nel 2015 con la Costa d’Avorio. 

Insomma, la figura dello “stregone bianco” avrà pure perso forza per merito della nuova generazione di allenatori africani, ma è ancora ben lontana dall’andare in pensione.  

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