Venezia / 56ª Biennale Arte 2015
19 artisti e 5 padiglioni nazionali (Angola, Kenya, Mozambico, Seicelle, Zimbabwe). Il continente ha un ruolo di tutto rilievo all’Esposizione internazionale d’arte (9 maggio – 22 novembre) dal titolo “All the World’s Futures”.

Okwui Enwezor lo aveva promesso: tra gli artisti invitati alla sua Biennale ci sarebbe stato un «numero significativo» di africani. E, in effetti, 19 su 136 (senza contare il collettivo The invisible Borders, che fa base in Nigeria) rappresenta una bella media. Enwezor, curriculum strepitoso e indiscutibile autorevolezza sulla scena artistica internazionale (è stato il direttore artistico di Documenta 11 e, fino a dicembre 2013, ha guidato la Haus der Kunst di Monaco di Baviera), è il primo curatore di origine africana (nigeriano) a ricoprire l’incarico di commissario in quella che è considerata l’Olimpiade del pianeta arte.

Ma questa media, alta, non riflette una scelta di parte. Il panorama artistico del continente oggi è incredibilmente vivace e la creatività africana non è mai stata così in auge. Lo dimostra il successo di mostre come Making Africa (al Vitra Museum di Weil am Rhein fino a settembre, poi al Guggenheim di Bilbao) o The Divine Comedy Heaven, Purgatory and Hell Revisited by Contemporary African Artists (che, dopo Francoforte, Savannah e Los Angeles, sarà a Venezia in giugno). Lo dimostrano le 12mila presenze registrate lo scorso ottobre a Londra, a 1:54, il Salone di arte contemporanea africana inventata da Touria El Glaoui, che tra pochi giorni sbarca a New York, e anche la determinazione con cui a Parigi si sta cercando di organizzare qualcosa di analogo per il prossimo inverno (la mostra Also Known As Africa, in calendario dal 3 al 6 dicembre).

La cosa veramente strana sarebbe stata, dunque, se una Biennale diretta da un curatore cosmopolita come Enwezor e dedicata ai futuri del mondo (All the world’s futures è il titolo traccia di questa 56ª edizione) avesse trascurato questo fermento o si fosse limitata a proporre i pochi nomi già familiari al grande pubblico europeo, per esempio, i fotografi Seydou Keïta e Malick Sidibé o lo straquotato El Anatsui.

Gli artisti invitati.
Cominciamo con i più famosi.
Wangechi Mutu, di cui Nigrizia si era già occupata anni fa, è nata e cresciuta in Kenya, ma oggi vive e lavora prevalentemente a New York. Le sue ibridazioni oniriche del corpo femminile sono state esposte in gallerie e musei di tutto il mondo. È giustamente considerata una delle più interessanti artiste contemporanee. Il camerunese Barthélémy Toguo è un artista visuale a tutto tondo: dipinge, scolpisce, realizza stupefacenti installazioni. Lavora prevalentemente sui temi dell’esilio, della migrazione, della violenza urbana ed è convinto della necessità di sostenere l’arte contemporanea africana in Africa. Con buona parte del denaro guadagnato sinora ha dato vita a Station Bandjou, un centro culturale a pochi chilometri dalla città di Bafoussam (ma lontano almeno 300 km da Douala e Yaoundé) che funziona anche come residenza per giovani artisti.

Lo scultore Gonçalo Mabunda ha orientato la sua ricerca invece sulla memoria del suo paese, il Mozambico, e in particolare sulle cicatrici lasciate dalla guerra civile. I suoi lavori più famosi sono, infatti, i troni e le maschere realizzate con le armi usate nel corso del conflitto. Il fotografo congolese Sammy Balojl sarà presente anche all’interno del padiglione belga e porterà due lavori a Venezia: uno sulla scarificazione in Rd Congo in epoca coloniale, l’altro sulla segregazione urbana nella sua regione di origine, il Katanga

Tra gli invitati ci sono poi il tunisino Chamekh Nidhal; gli algerini Massinissa Selmani, disegnatore, indicato dal quotidiano Le Monde come uno dei cinque artisti africani dell’anno, e Adel Abdessemed; lo scrittore e regista ghaneano John Akomfrah, presente con la sua video-installazione Sea Vertigo, dedicata al rapporto tra l’uomo e il mare; il disegnatore nigeriano Karo Akpokiere, conosciuto per lo stile icastico e pop; i sudafricani Marlene Dumas, Hassan Kay, Joachim Schönfeldt e Mikhael Subotzky; il ghaneano Ibrahim Mahama, che realizza quadri-installazioni con teli di juta ed è rappresentato anche da una galleria italiana (A Palazzo Gallery, di Brescia); il sierraleonese Abubakar Mansaray, noto per i disegni ultra-dettagliati che ritraggono macchine e tecnologie futuriste; i senegalesi Cheikh Ndiaye, artista visuale, e Fatou Kandé Senghor, regista e fondatrice, a Dakar, di Waru Studio, uno spazio specializzato nella video-arte e nel cinema; l’audio-artista nigeriano Emeka Ogboh. Invitata, ovviamente solo attraverso le opere, anche la pittrice e attivista egiziana, Inji Aflatoun, deceduta nel 1989.

Nell’elenco degli ospiti figura infine il collettivo Invisible Borders, che fa base a Lagos ma riunisce artisti e fotografi di tutto il continente, impegnati in una narrazione visuale dell’Africa che aspira ad attraversare e destrutturare il concetto di frontiera. A Venezia, Invisible Borders porterà un’installazione intitolata A Trans-African Worldspace e sarà presente anche con un documentario all’interno dell’Arena, uno spazio realizzato per la Biennale dall’archistar anglo-ghaneana David Adjaye. Qui, tra le altre cose, per tutta la durata della manifestazione, degli attori leggeranno brani del Capitale di Karl Marx, come fosse un testo teatrale.

Le presenze nazionali.
Per quanto riguarda i padiglioni dei singoli paesi, le presenze africane sono sei: Maurizio, Mozambico e Seicelle (per la prima volta), Angola che due anni fa aveva ricevuto il Leone d’Oro, Zimbabwe e Kenya. Attorno a quest’ultimo, prima ancora della presentazione ufficiale, si sono scatenate fortissime e comprensibili polemiche: per la scelta dei curatori e degli artisti. I primi sono italiani, i secondi prevalentemente cinesi, tutti assolutamente slegati dalla scena artistica kenyana contemporanea.

Una citazione merita invece il progetto artistico del Belgio, affidato a Vincent Meessen, artista multimediale da tempo focalizzato sull’Rd Congo e sulla sua storia coloniale e postcoloniale. Per realizzare l’allestimento, intitolato Personne et les autres, ha invitato artisti di tutti i continenti (tra questi Sammy Balojl, citato in precedenza) chiedendo un contributo ispirato alla colonizzazione dello Stato Libero del Congo. Al cuore dell’esposizione, un suo docufilm sul ruolo, sottovalutato, degli intellettuali congolesi nella definizione delle avanguardie moderne. Ma la mostra va oltre l’esperienza congolese: prende spunto da questa per considerare il colonialismo e i movimenti per l’indipendenza in una dimensione transnazionale e più ampia. Evidenziando le loro connessioni con il futuro, anzi, con i futuri del mondo. In perfetta affinità con il titolo-cappello della Biennale.

Articolo estratto dall’ultimo numero di Nigrizia di maggio 2015.

Nella foto in alto l’opera di Wangechi Mutu, “Blue eyes” del 2008. Nella foto sopra l’opera di Karo Akpokiere, “Vigils and Nite Clubs” del 2013.