Editoriale novembre 2013

La grande sfida della riforma del governo della Chiesa ebbe il suo punto di arrivo e di partenza nel Vaticano II (1962-1965). Il concilio rilanciò la collegialità, la sinodalità, la comunione del popolo di Dio. Anche nelle modalità del suo svolgersi fu una grandissima rivoluzione. I venti precedenti concili si concentrarono sulla condanna degli errori – anatema sit. Papa Roncalli volle una presentazione serena e dialogica del messaggio cristiano.

Dopo 50 anni, il governo della Chiesa è ancora fortemente centralizzato, piramidale, clericale, maschilista, non trasparente, non sempre in linea con i diritti umani. Tanta parte degli insegnamenti della dottrina sociale della Chiesa sembrano non essere applicati nella stessa Chiesa che li insegna.

Papa Francesco ha il mandato di trasformare il governo e l’esercizio dell’autorità nella Chiesa da due fonti: il concilio Vaticano II e il Conclave, che lo ha eletto in seguito alle dimissioni del suo predecessore.

Papa Bergoglio ha già vinto alcune battaglie: la conquista di fronte al mondo e alla comunità cristiana della fiducia e speranza nella capacità trasformatrice della Chiesa; la conservazione di uno spazio di libertà personale rinunciando al terzo piano dei cosiddetti palazzi apostolici, di fatto prigioni dorate del papa, scegliendo di risiedere a Casa Santa Marta. In questo modo può scavalcare l’imbrigliamento della curia. Il tentativo di muoversi come pastore e non come capo di stato nei suoi viaggi gli permette una libertà che altrimenti non potrebbe avere. Comunicando direttamente con il mondo tramite telefono, lettere, twitter… diventa più facilmente accessibile alla gente.

Può l’Africa aiutare Francesco nell’opera gigantesca della riforma dello stile e della struttura di governo della Chiesa? Si possono sottolineare tre piste.

L’ascolto. Lo stile tradizionale africano del governo degli anziani era basato sull’ascolto di tutto e di tutti, senza badare al tempo. Nello stile abituale, il papa è l’ascoltato non l’ascoltatore. Questo è gravissimo perché poi la stessa cosa vale per i vescovi e per i preti. Chi poi obietta o ha una opinione diversa viene fatto passare per disobbediente e ribelle. Forse che nella comunità cristiana non c’è libertà di opinione? Lo Spirito Santo non è nelle comunità? Se il papa parla a nome della Chiesa, il suo mandato viene solo da Dio o anche dalla Chiesa?

Partecipazione diretta. L’accento si sposta dalla rappresentatività, che pur resta un valore, alla partecipazione diretta al governo. Il concilio ha molto insistito sulla partecipazione diretta: dalla liturgia al governo, indicando come strumenti il consiglio pastorale parrocchiale, il sinodo diocesano, il sinodo dei vescovi. Purtroppo vengono mal attuati (si pensi ai sinodi dei vescovi) e sono strumenti del centralismo romano, dove la voce dei vescovi e della base ecclesiale è meno che un sussurro. Nella tradizione africana non c’è il concetto di spettatore, tutti inter-agiscono, tutti danzano. Uno stile questo sempre più soffocato sotto Giovanni Paolo II e anche sotto Benedetto XVI, si pensi al nuovo messale romano che rende di nuovo i fedeli spettatori della celebrazione fatta dal prete. La scelta di papa Francesco degli 8 consiglieri cardinali dai 5 continenti potrebbe essere un passo nella nuova direzione.

Chiesa locale. Il concilio ha rilanciato la teologia della Chiesa locale, dove il vescovo della diocesi è il rappresentante diretto di Cristo non del papa, con cui pur deve essere in comunione adulta. Il cosiddetto rito zairese, subito dopo il concilio, fu un interessante esperimento e segno della riscoperta della Chiesa particolare. Anche nei due sinodi africani (del 1994 e del 2009) l’insistenza sulla Chiesa locale africana si è levata più volte. Ma di fatto con l’attuale governo della Chiesa non c’è spazio per vere chiese locali, ma solo per repliche della Chiesa romana. Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno interpretato il loro ministero petrino in modo tale da rendere impossibile una molteplicità di chiese locali; ma solo repliche di Roma.

L’insistenza di papa Francesco di presentarsi come vescovo di Roma, fa ben sperare. La Chiesa potrà riscoprire di essere la comunione di chiese particolari unite al papa.