Le sezioni speciali del Festival del cinema di Milano
Cinema, calcio e Africa: in una parola World Cup 2010. Il Festival del cinema di Milano dedica ai mondiali che si giocheranno quest’anno in Sudafrica una sezione speciale, una mostra fotografica e una tavola rotonda con testimonianze d’eccezione. Per celebrare il calcio come sport, ma anche per parlare delle profonde contraddizioni legate a questo evento mondiale.

«Eravamo molto giovani quando finimmo a Robben Island. Fummo condannati chi a 10, chi a 15 anni di prigione. Mettemmo tutta la nostra energia nel calcio: ci permise di non lasciarci andare, di non perdere la speranza. Non stavamo solo giocando: stavamo combattendo, stavamo facendo una campagna». A parlare è Antony Suze (per tutti “Tony”), ex detenuto nero sudafricano ai tempi dell’apartheid. Suze è uno dei protagonisti di More than just a game, film documentario del regista Junaid Ahmed, che racconta la sua storia e quella di altri giovani attivisti, rinchiusi nel carcere di Robben Island. Per Tony e gli altri detenuti politici il calcio ha rappresentato una vera e propria salvezza: «Organizzammo dei tornei tra detenuti. Mentre giocavamo avevamo la situazione sotto controllo, tornavamo padroni di noi stessi, mantenevamo alta la nostra dignità…per noi il calcio era ben più che un semplice gioco!».

La testimonianza di Tony è uno dei fiori all’occhiello di questa edizione del Festival, che ha dedicato ai mondiali di calcio una sezione speciale, “L’Africa nel pallone”. Tra le pellicole presentate anche Streetball, un altro esempio di come il calcio possa “salvare”: il documentario segue la squadra sudafricana formata da 7 ragazzi di strada selezionati per giocare la Homeless World Cup 2008, i mondiali dei senzatetto, prima a Melbourne, in Australia, e poi a Milano, nel 2009. Storie di un riscatto che parte dai piedi e aiuta a fare goal anche fuori dal campo di calcio.

Ma se l’entusiasmo per il puro e semplice gioco del pallone è condiviso da tutti, non si può dire lo stesso per il grande evento che l’Africa, e in particolare il Sudafrica, sta per celebrare: i Mondiali 2010 suscitano polemiche e scetticismo. Lo racconta bene il documentario Fahrenheit 2010, del regista sudafricano Craig Tanner, che raccoglie e riassume alcune delle profonde contraddizioni legate alla World Cup, a partire dagli ingenti finanziamenti destinati alla costruzione di stadi, definiti “elefanti bianchi”, che difficilmente verranno utilizzati ancora dopo i mondiali.

Molte le polemiche: i soldi potevano essere investiti diversamente, in un paese come il Sudafrica, dove mancano ancora infrastrutture di base; la costruzione degli stadi spesso ha privato le popolazioni locali di strutture pubbliche come parchi, siti archeologici, in alcuni casi anche delle scuole. Tanner smonta ad una ad una le motivazioni dei sostenitori del Mondiale: porterà più lavoro? Solo per un breve periodo di tempo. Faciliterà l’integrazione? Potrebbe creare invece più differenze. Sarà un trampolino per il commercio e il turismo in Sudafrica? Solo se le infrastrutture saranno efficienti, altrimenti si rivelerà un boomerang.

I guadagni per la Fifa sono sicuri (oltre 2 miliardi di dollari solo grazie ai diritti televisivi), ma potranno i sudafricani delle township beneficiare di questo evento? «Non ne vedo il modo» dice Micheal Smith, produttore di Streetball, che però ammette anche «Era ora che la coppa del Mondo arrivasse in Africa». Perché in Sudafrica, come in tutto il resto del continente, e nonostante le polemiche, l’entusiasmo è alle stelle. Uno stato d’animo che coinvolge anche il Premio Nobel per la pace Desmond Tutu, intervistato in Fahrenheit 2010: «Darà nuovo orgoglio alla nostra nazione divisa». Gli elefanti bianchi sorridono.

I film della sezione “L’Africa nel pallone”

La mostra fotografica “L’Africa nel pallone”