L’editoriale di Nigrizia di novembre 2004
L’editoriale di Nigrizia di novembre 2004

Non è mai stata un tipo “politically correct“. E nemmeno una che si è accontentata di eseguire per bene il “compitino” che la nascita e rapporti di forza sociali le avrebbero assegnato. È stata ed è – questo, sì – una donna tenace, volitiva, forse visionaria, ma capace di tenere i piedi ben per terra, come quasi sempre le donne sanno fare. Una in grado d’interpretare il suo tempo, identificando con chiarezza priorità (la salvaguardia dell’ambiente innanzitutto) e problemi, non ultimo quello di essere una donna in contesti – prima quello dell’università, poi quello delle lotte nella società civile e, infine, quello della politica nei partiti e nelle istituzioni – che certo non premiano le donne (altri articoli a pag. 28 e 76).

 

Eppure, a Wangari Maathai, viceministro all’ambiente del governo del Kenya, è stato attribuito il più alto dei premi, il Nobel per la pace 2004. La motivazione dice che Wangari è un esempio per tutti coloro che in Africa stanno operando per uno sviluppo sostenibile, per la democrazia e per la pace.

 

A chi ha storto il naso, non cogliendo il nesso ambiente/pace, Wangari ha ricordato: «Tutte le guerre si sono combattute e si combattono per accaparrarsi le risorse naturali – risorse che stanno diventando sempre più scarse in tutto il globo. Se veramente ci impegnassimo a gestire queste risorse in modo sostenibile, il numero dei conflitti armati diminuirebbe di certo. Preoccuparsi per la protezione dell’ambiente e lottare per l’armonia ecologica sono modi diretti di salvaguardare la pace».

 

Nel 1992, quando Nigrizia la incontrò per la prima volta, aveva spiegato con parole semplici e inequivocabili il senso del suo impegno in seno alla società civile keniana: «Quando pianto un albero, io getto un seme di pace e di speranza, e assicuro il futuro dei miei figli». Un gesto che ha ripetuto la mattina dell’8 ottobre, quando ha saputo del Nobel: «Ho scelto un albero della pace, sacro al gruppo etnico nandi. Il suo nome è “pianta della fiamma”. L’ho piantato ai piedi del Monte Kenya, “la montagna dello splendore”, la dimora di Dio tra noi. Questa montagna (come altre montagne sacre) e questo albero della pace (come tantissimi altri alberi della pace conosciuti da tutti i gruppi etnici dell’Africa) sono stati la mia fonte d’ispirazione, come lo sono sempre stati per generazioni e generazioni prima di me».

 

E ancora: «I 30 milioni di alberi piantati in tre decenni in Kenya, per lo più da donne, sono una testimonianza dell’abilità che le persone hanno di cambiare il corso della storia ambientale. Lavorando assieme, abbiamo dato prova che uno sviluppo sostenibile è possibile, che è possibile rimboscare aree degradate, e, soprattutto, che è possibile uno stile di governo esemplare, se i cittadini sono dovutamente informati, sensibilizzati, mobilitati e coinvolti nelle decisioni che concernono la salvaguardia dell’ambiente».

 

In queste parole si sente ancora tutto l’entusiasmo della militante ambientalista. Ma oggi ha una responsabilità non da poco, che potrebbe essere in conflitto con i principi ambientalisti. Il suo ministero deve contribuire a un’equilibrata politica di sfruttamento delle risorse minerarie. Deve decidere, per esempio, se concedere la licenza a una impresa canadese per lo sfruttamento delle miniere di titanio lungo la costa keniana. Deve decidere anche se portare o meno in tribunale tutti coloro che, durante i precedenti regimi, hanno letteralmente sfigurato il paese, vendendo a privati ampi tratti di foresta, che sono stati disboscati senza misura. Si sono forse creati posti di lavoro, però, solo 20 anni fa, chi andava da Nakuru a Eldoret, a nord di Nairobi, percorreva quasi 200 km tra due fitte pareti di alberi. Oggi non più.

 

Wangari è chiamata a cogliere il giusto mezzo tra sviluppo e preservazione dell’ambiente. Lo farà tenendo conto delle osservazioni della società civile. Una società civile che però deve saper esprimere idee e proposte realizzabili. Anche questo è lavorare per la pace.