Eredità di un missionario
Oggi alle ore 18.00, nella cattedrale di Lucca, il funerali di Arturo Paoli, Piccolo Fratello del Vangelo. È morto lunedì all’età di 102 anni. Nigrizia lo saluta, tornando sulle sue parole.

Abbiamo perso tutti un amico. Che è andato, come amava dire, a trovare l’Amico.

Per chi l’ha conosciuto, Arturo Paoli è stato un grande stimolo a camminare con i poveri e gli oppressi, e a battersi contro tutti poteri forti che schiacciano e uccidono.

Ci ha indicato un cammino con la sua vita e con i suoi scritti. Grazie Arturo.

Grazie perché sei sempre stato per me un amico personale, soprattutto nei momenti difficili della mia vita. Grazie perché sei stato un compagno di viaggio anche per coloro che hanno lavorato a Nigrizia, con le tue lettere dall’America Latina.

Ringrazio il Signore per questi tuoi cento anni di testimonianza alla Verità.

Credo sia importante ricordare fratel Arturo, rileggendo un suo scritto, una Lettera dall’America Latina, così si chiamava la sua rubrica mensile su Nigrizia, pubblicata nel giugno del 1990.

 

Il dolore donna Faustina

Oggi l’ultima a venire alla fraternita è donna Faustina: sessant’anni, due figlie ammalate, quattro nipotini da tirar su; con che? Dalla sua bocca scendono sommessamente, soavemente parole crudeli: il bambino si è abituato a non protestare; che ci sia da mangiare o non ci sia, per lui e lo stesso; non piange, non grida, non abbiamo nulla in casa, e così è. In questo barrio bisogna abituarsi a convivere col dolore, dice un amico italiano arrivato da poco. La frase mi ha colpito ed è calata nella mia preghiera; pensavo che ogni uomo dovesse abituarsi a convivere col dolore; ma qui il dolore viene in visita ogni giorno, non ha stagioni di letargo come il dolore che ciascuno porta con sé.

Si può convivere col dolore, ho detto al mio amico, quando il dolore è legato alla speranza e non annega mai nell’amarissimo mare delta disperazione. L’apprendistato che il nuovo arrivato fa del dolore ci ha offerto l’occasione di dialogare sul tema: non credo di aver fatto più luce sul mistero del dolore, ma ho visto il perché di quegli squarci di gioia e di quello sfondo permanente di felicità che accompagna la nostra vita di immigrati su una terra apparentemente disertata dalla felicità.

Ci sono tanti motivi di sofferenza, episodi che senza retorica si possono definire drammatici, eppure c’è nell’aria una felicità diffusa, come delle variazioni continue che non si sentono nella lussuosa immobilità dei quartieri ricchi. Credo che il vero rimedio contro il dolore sia quello di non confinarlo nel privato. La sofferenza senza orizzonti di donna Faustina e di altri che oggi sono venuti alla fraternità, si stende come una nube leggera nel cielo, è il grande dolore della storia. E quel gemito che Paolo sentiva in tutta la creazione come aspirazione a una fraternità costantemente ostacolata da un gettito permanente di progetti umani ispirati dall’intento di proteggere ostinatamente una privatezza egoistica.

Di questo dolore ci ha trasmesso una figurazione pittoresca il vangelo di Giovanni: «La donna, quando partorisce, prova tristezza perché è venuta la sua ora. Ma quando ha partorito il bambino non si ricorda più della sofferenza per la gioia che è nato un uomo al mondo» (Gv. 16,21).

La vita con i poveri in America Latina ci offre questo tipo di sapienza per convivere col dolore e perché il dolore non intristisca la nostra vita, ma le dia rigoglio, forza, fecondità: scoprirlo come gemito, aspirazione, energia motrice della storia. E da questa esperienza interiore si scopre una sola immagine del Dio unico, il Dio dell’alleanza.

II dolore di donna Faustina ci apre a uno spazio politico, perché non esisterebbe questa periferia dissanguata, anemica se non esistesse un centro che beve avidamente sangue e si alimenta della distruzione dei miei vicini di casa, che oso chiamare fratelli. In questa tappa della mia vita, la preghiera che gestivo con una certa sicurezza e forse con un pizzico di orgoglio, mi ha abbandonato e ha ceduto il posto alla relazione: mi dirigo meno a Gesù, ma partecipo più intimamente al suo progetto.

II tipo di preghiera cui ero abituato rassomigliava a una telefonata che si apriva e si chiudeva; la relazione invece è una comunicazione permanente, è partecipazione a un progetto che faticosamente si sta realizzando nella storia. Da questo stato esistenziale vedo con ottimismo e speranza il momento storico che mi è stato concesso di vivere. Il centro di potere economico e politico celebra trionfalmente l’annessione di nuove province, mentre la periferia si fa sempre più anemica. II sistema economico-politico ed ecclesiastico funzionano con una simmetria eccezionale. La partecipazione popolare, esigenza affiorata nella evoluzione delle ideologie dell’epoca moderna, è illusa con la distribuzione di cariche senza potere, perché il centro possa decidere senza disturbi e pensare il suo progetto senza interventi estranei.

II potere si è condensato in un centro imperialistico, senza curare la periferia languente. Eppure il sistema della lontananza è una decisione dove vedo splendere la sapienza dello Spirito Santo. Né il sistema economico-politico né il sistema ecclesiastico possono intuire il mondo nuovo e le nuove identità che nascono in periferia.

Mi sento nell’epoca della venuta di Cristo: quando Gerusalemme pullulava di dottori della legge e di servitori di un potere unico che aveva la sua sede a Roma, alla periferia, sulle rive del Giordano, un profeta scarno convocava la gente a prepararsi a un grande avvenimento, visibile per loro, sconosciuto al centro: quelli del centro non avrebbero mai potuto capirlo perché l’interesse della legge e la preoccupazione di difendere il potere li aveva distratti dalla persona e resi incapaci di leggere i segni dei tempi. Le decisioni che vengono dal centro sono assolutamente vuote di popolo, non sanno nulla delle sue necessità, della sua cultura, delle sue aspirazioni e, in fondo, della sua relazione concreta col Dio dell’alleanza.

Questa estraneità mi ha fatto disperare molto tempo; ora mi dà gioia, perche vedo che questa distanza è necessaria a far rispuntare una cultura e una identità che parevano distrutte dalle invasioni del quindicesimo secolo; ma non e vero, hanno resistito al tempo, sono rimaste intatte sotto la cenere degli incendi. Bisogna attendere che donna Faustina asciughi le lacrime per vedere balzare davanti a noi la splendida vergine, la speranza. Forse non vedrò cambi rivoluzionari nelle relazioni dentro la Chiesa e dentro la società politica; ma so che nella storia è rinchiusa una energia indistruttibile che aumenta progressivamente: «Quando queste cose cominceranno ad accadere, drizzatevi e alzate la testa perché la vostra liberazione e vicina» (Lc. 21,28).