NON SONO RAZZISTA MA – LUGLIO 2017
Marco Aime

Grazie ai media Lampedusa è diventata l’isola degli “sbarchi” e già il termine induce una certa ansia. Sbarco evoca subito Normandia, Anzio, i Mille di Garibaldi. A “sbarcare” sono solitamente gli eserciti. Peraltro da alcuni anni la maggior parte delle imbarcazioni vengono intercettate dalla Guardia costiera e portate direttamente in Sicilia, ma ormai Lampedusa è sinonimo di sbarco.

Una sorta di spettacolo allestito su questo piccolo palcoscenico, dove i barconi abbandonati fanno da quinta all’inviato di turno, che trasmette la cronaca dell’ennesima tragedia della migrazione. Numeri, definizioni snocciolati più o meno a caso, enfatizzati in positivo o in negativo a seconda del target. Lampedusa, la porta dell’invasione, questa è l’immagine che emerge. Poi, se si vanno a vedere le cifre, quelle vere, si scopre che solo una minoranza arriva in Italia dal Mediterraneo.

Paolo Cutitta, autore del bel libro Lo spettacolo della frontiera: «Il fatto è che il mare è molto più visibile, è più difficile da attraversare, fa più morti. Sapere che il triplo di persone arriva via terra, regolarmente e magari con un passaporto, lascia indifferenti». Così l’isola diventa confine, limite ultimo di un’Europa che neppure sapeva di arrivare così a sud.

Lampedusa non era frontiera, lo è diventata. Come? Con una progressiva istituzionalizzazione, mediatizzazione e politicizzazione degli eventi. Con l’aumento del numero di operatori, forze dell’ordine, giornalisti, ricercatori.

Lampedusa è terra di passo, come il pennone di una nave, dove il migratore si ferma per riposare e poi ripartire. Come l’oasi nel deserto, che offre ombra e acqua al cammelliere stremato. Nessuno vuole venire a Lampedusa eppure è divenuta meta agognata, Shangri-la della disperazione, ultima Thule della speranza, porta d’Europa.

Sulla punta di Cavallo Bianco nel 2008 è stata realizzata la Porta d’Europa: un’opera che si affaccia a sud, con segni che evocano le tragedie del mare. Mi richiama la Porta del non ritorno eretta a Ouidah (Benin) sull’Oceano Atlantico, a ricordare i milioni di schiavi deportati dall’Africa.

A viaggiare, però, sono sempre schiavi. Schiavi di dittature, di governi infami, di guerre e di povertà, che tentano di fuggire dal loro presente in cerca di qualche futuro.

L’arco di Ouidah indicava un non ritorno, quello di Lampedusa, a volte, un non arrivo.

Porta d’Europa

La porta di Lampedusa è un monumento alla memoria dei migranti. Alta quasi cinque metri e larga tre, disegnata e decorata da Mimmo Paladino, è costruita con una speciale ceramica refrattaria che assorbe e riflette la luce. È stata inaugurata il 28 giugno 2008.