AL-KANTARA – FEBBRAIO 2018
Mostafa El Ayoubi

Pecunia non olet! L’Arabia Saudita ha stanziato 100 milioni di dollari per combattere il terrorismo in Africa. Lo ha annunciato il ministro degli esteri di questo paese in occasione del summit sulla “lotta al terrorismo” che si è tenuto a Parigi a metà dicembre su iniziativa del presidente francese Emmanuel Macron. Insieme ai presidenti di Niger, Mali, Ciad, Burkina Faso e Mauritania, Macron ha discusso del futuro della forza militare G5 Sahel, composta da 5.000 soldati dei cinque paesi, messa in piedi all’inizio del 2017. All’incontro erano presenti la cancelliera tedesca Angela Merkel, il premier italiano Paolo Gentiloni, oltre a un rappresentante degli Emirati Arabi, che hanno stabilito 30 milioni di dollari per il progetto.

Riguardo a questa operazione sorgono due interrogativi. Il primo: che cosa c’entrano i sauditi con la lotta al terrorismo? Nulla! Anzi, è ormai noto da tempo che la galassia del terrorismo jihadista, da al-Qaida di Bin Laden degli anni Ottanta fino a gruppo Stato islamico di Al Bagdhadi dei giorni nostri, è un’emanazione del wahabismo salafita radicale, dottrina religiosa della famiglia regnante Al Saud. L’Arabia Saudita non solo fornisce la base ideologica al terrorismo, ma lo finanzia con fior di miliardi di dollari: in Afghanistan, Bosnia, Iraq, Libia, Siria, Nigeria e altrove. Il suo obiettivo è quello di diffondere con la spada una sorta di imperialismo religioso settario.

Come è possibile quindi che delle democrazie europee possano chiedere a chi alleva il terrorismo di contribuire alla lotta contro una sua stessa creatura? Cosa che tra l’altro Francia, Germania e Italia sanno benissimo. Sarebbe come chiedere ad un cartello di narcotrafficanti di partecipare alla lotta contro il traffico della droga. Tutto ciò pone seri dubbi sulla credibilità del progetto G5 Sahel.

Qual è, quindi, l’obiettivo velato di questa operazione? Ed è il secondo interrogativo. Una risposta plausibile la fornisce il meeting dell’agosto scorso a Parigi (sempre per iniziativa di Macron) sulla lotta all’immigrazione irregolare, al quale hanno partecipato, oltre alla Francia, la Germania, l’Italia, la Spagna, la Libia e – guarda caso – anche il Niger e il Ciad, due dei G5 Sahel. L’attuale politica migratoria dell’Europa è quella di esternalizzare le proprie frontiere spostandole in Africa, per impedire ai migranti/rifugiati di raggiungere la sponda nord del Mediterraneo. Ma servono forza militare e denaro.

I soldati li mettono a disposizione i regimi africani, che avranno però bisogno del sostegno di squadre militari europee: ci sarà quindi bisogno di nuovi basi militari! L’Italia ha già mandato qualche centinaio di soldati, ma ne saranno inviati sicuramente molti altri.

Il denaro invece è in parte fornito dalle petromonarchie del Golfo, in cambio del permesso di diffondere il radicalismo wahabita nel continente. E in parte dai fondi per l’Aiuto pubblico allo sviluppo (Aps) che i paesi ricchi stanziano (al massimo lo 0,7% del Pil) a favore dei paesi poveri. Oggi l’Aps italiano oggi non supera lo striminzito 0,26% e quello francese è allo 0,35%.

Ma cosa importa. Per la lotta contro i migranti (ops, contro il terrorismo) tutto fa brodo, compreso il denaro maleodorante dei sauditi!

G5 Sahel
Per il dispositivo militare, i governi di Niger, Mali, Ciad, Burkina Faso e Mauritania hanno bisogno di 450 milioni di dollari. Oltre all’Arabia Saudita e agli Emirati, gli Usa hanno stanziato 60 milioni di dollari, l’Ue 50 milioni di euro, la Francia 8, Paesi bassi 5.