Chiesa e WSF
Nel celebrare l’Eucaristia inaugurale del Forum, in un quartiere popolare, il card. Sarr ha ricordato come Sinodo africano e Forum sociale condividono gli stessi valori. E ha sottolineato che la dimensione politica è inaggirabile.

Il cardinale Adrien Théodore Sarr, arcivescovo di Dakar, ha celebrato l’Eucaristia inaugurale del Forum sociale mondiale che si sta svolgendo nella capitale senegalese. Al comitato organizzativo, che ha accolto con una certa esitazione la proposta di una simile celebrazione per inaugurare un evento che si vuole apolitico e areligioso, è stato risposto che, data la cultura senegalese della teranga (ospitalità), non era possibile ignorare la dimensione ecumenica e di dialogo interreligioso, sottovalutando l’aspetto religioso che ogni evento assume nel tessuto sociale del paese.

Il cardinale ha accolto la proposta a una condizione: l’Eucaristia avrebbe dovuto svolgersi in un quartiere popolare in cui gli obiettivi del Forum potessero avere una forte eco nella vita quotidiana degli abitanti. Per questo, si è scartata la cattedrale, vicina al palazzo presidenziale, e si è optato per la chiesa dei Martiri d’Uganda, situata in un quartiere povero, multietnico e di pluralismo religioso.

La chiesa, molto accogliente nella sua struttura ad anfiteatro, caratterizzata da una luminosità e acustica accattivante, era stracolma di gente. C’erano non solo molti partecipanti al Forum, ma anche tantissimi fedeli della parrocchia. Sorprendente la presenza di giovani. La liturgia è stata animata da tre corali, provenienti da altrettante comunità cristiane vicine. L’evento è stato sobrio e raccolto. Ai canti e ai ritmi africani, accompagnati da tamburi e strumenti locali, si sono alternate la serietà e l’intimità del gregoriano, eseguito con competenza e precisione, sia dalla corale che dal popolo. Avvertito da tutti un forte senso di religiosità.

L’omelia del cardinale era attesa con una certa trepidazione sia dai membri del Fsm sia dalla chiesa locale. Molta curiosità anche tra i giornalisti presenti – sia locali che internazionali – cui era stata garantita un’intervista con il prelato dopo la messa.

Il card. Sarr, rifacendosi ripetutamente al recente 2° Sinodo africano, ha sottolineato la continuità dell’impegno sociale della chiesa in vista del bene comune. Ha insistito, in particolare, su giustizia, pace e sviluppo, «tre valori che sia il Sinodo che il Forum condividono». Per il cardinale, ogni futuro impegno sociale da parte dei cristiani e della società civile dovrà avere il coraggio assumere la dimensione politica. Ricordando che «la democrazia nella vita politica è oggi una esigenza fondamentale per la ricerca del bene comune e la giusta condivisione dei beni», l’arcivescovo ha fatto un chiaro riferimento, «nel rispetto e nella semplicità, ma anche con fermezza e chiarezza», alla situazione attuale del Senegal. Dietro la facciata di ordine, calma, libertà di espressione, si percepiscono, infatti, «fermenti di scontento che oscurano l’orizzonte».

Durante la conferenza stampa, abbiamo rivolto due domande al cardinale.

Che cosa si aspetta la chiesa del Senegal dal recente Sinodo, e cosa può offrire ad esso?
Dal recente sinodo, la nostra chiesa si aspetta un forte impegno per la giustizia sociale. Questo non può ridursi alla proclamazione teorica di ideologie e proposte. Deve, invece, tradursi in realizzazioni concrete in favore di chi soffre e vive nell’incertezza del futuro. Cosa offre? Il servizio evangelico della luce e del sale… Perché meravigliarsi dell’ingiustizia, dell’oppressione, della disparità sociale, se i cristiani non sono “luce” che rischiara il cammino del mondo e non “salano” la terra su cui vivono? (…) Che sevizi può offrire il “sale”? Protegge dalla corruzione, brucia la putrefazione, dà sapore a quanto si mangia. Senza il sapore di Dio, ogni sforzo umano per “un mondo diverso e migliore».

La chiesa è molto presente a questo evento. Un religioso ha fatto il discorso inaugurale al Forum mondiale di teologia e liberazione. Lei ha celebrato l’Eucaristia di apertura del Fsm. Ma la chiesa, in quanto tale, non si presenta né formalmente né ufficialmente. Perché?
Vogliamo essere fermento, ma dentro la società, partendo dal profondo intimo delle azione e degli eventi. E vogliamo farlo con umiltà e discrezione. Proprio come la convivenza e il dialogo con l’islam, che stiamo portando avanti da secoli, ci hanno ha insegnato.