Il 12 dicembre scorso veniva comunicata ai fedeli della diocesi di Juba, capitale del Sud Sudan, la nomina del nuovo arcivescovo, Stephen Ameyu, dopo che il papa aveva accettato le dimissioni per limiti di età dell’arcivescovo in carica, Paolino Lukudu. Il neo-eletto veniva spostato dalla diocesi di Torit, di cui era vescovo, alla sede metropolitana.

Lo stesso giorno, una lettera dai toni molto forti era indirizzata al cardinal Filoni, prefetto della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli, a firma di tre membri del clero diocesano e di cinque fedeli con una posizione sociale preminente.

Nella missiva si rifiutava la nomina del nuovo arcivescovo adducendo varie ragioni, la principale delle quali era l’accusa che il vescovo sarebbe poligamo e avrebbe «almeno sei figli». L’indignazione dei firmatari appariva comunque più legata al fatto che Stephen Ameyu proviene da un’altra regione del Sud Sudan ed era stato “preferito” a membri del clero del gruppo etnico originario di Juba.

Nel villaggio digitale globale in cui viviamo la lettera non è rimasta riservata, ma è diventata pressoché immediatamente di pubblico dominio attraverso internet, i social media e quindi i giornali locali. Ne è nato un parapiglia che ha turbato i fedeli della Chiesa cattolica durante tutto il periodo delle festività natalizie. Anche il governo è intervenuto, in considerazione del fatto che la lettera conteneva minacce alla sicurezza personale del nuovo arcivescovo e di altri esponenti della gerarchia.

L’incresciosa questione ha acceso un intenso dibattito, alimentato dai media, fra i cittadini della capitale e ha fomentato uno spirito di divisione fra coloro che sono a favore della nuova nomina e coloro che vi si oppongono. Purtroppo alcuni membri del clero locale hanno assunto posizioni partigiane, in questo modo accrescendo la confusione.

La Conferenza episcopale del Sudan e del Sud Sudan è intervenuta con un messaggio di accettazione della nomina papale e hanno cercato di riportare pace e calma nella comunità. E comunque il Vaticano, attraverso il nunzio, ha dovuto dare avvio ad accertamenti per dissipare dubbi e ombre.

Mentre si attende un pronunciamento finale e si spera che l’intera questione sia chiarita e ricomposta, come cattolici avvertiamo l’amarezza di una vicenda che nel suo svilupparsi incontrollato ha causato una lesione alla comunione nella Chiesa, una vera ferita inferta al Corpo di Cristo. La presenza di un forte elemento etnico, di partigianeria per i membri del proprio gruppo diremmo in altre aree del mondo, è in triste contraddizione con l’identità cattolica.

L’accusa di poligamia, da cui il vescovo deve essere considerato innocente fino a prova contraria, ha ancora una volta posto sul tavolo la questione del celibato per i sacerdoti diocesani. Nel dibattito sui social media sono state espresse opinioni disparate, ma che spesso hanno denunciato la doppia vita del clero cattolico.

Anche la mia riflessione è andata in questa direzione. A prescindere dalle conclusioni di questa vicenda, non varrebbe davvero la pena di discernere fraternamente e nella carità se la disciplina del celibato obbligatorio sia l’opzione migliore per la vita della nostra Chiesa?