Violazione dei diritti
In manette a Khartoum uno tra i principali attivisti dei diritti umani del paese. Solo l’ultimo di una lunga serie di arresti eccellenti. Potrebbe essere letto come la prova che il regime di Al Bashir è alle corde: teme lo scenario post secessione del Sud e l’isolamento internazionale.

L’hanno trasformato in un’icona dei diritti civili. Anche se non ne aveva bisogno. Visto che la sua fama da tempo ha travalicato i porosi confini sudanesi. L’arresto, avvenuto il 22 dicembre scorso, di Mudawi Ibrahim Adam, fondatore e presidente della Sudo (Sudan social development organization) e tra le figure di spicco del movimento dei diritti umani in Sudan, sta fermentando azioni inconsuete per un paese al bavaglio.

C’è la gara, infatti, tra gli avvocati locali a rinforzare il collegio di difesa. Una scelta coraggiosa viste le pressioni del regime. Mudawi è stato imprigionato e condannato a un anno di pena in seguito alla revisione di una precedente sentenza di assoluzione dall’accusa di malversazione sollevatagli dalla Commissione affari umanitari (Hac) di Khartoum, l’ente sudanese che coordina le attività delle organizzazioni non governative. Convocato in Tribunale senza elementi ulteriori di prova, Mudawi è stato portato via senza alcun regolare processo. L’hanno inizialmente incarcerato a Kober per poi trasferirlo, il 23 dicembre, al carcere di Soba.

Non è al suo primo arresto. Dal 2003 al 2005 il difensore dei diritti umani in Darfur (e per questo era stato insignito in più occasioni di prestigiosi premi a livello internazionale) era già stato arrestato tre volte, per un totale di 18 mesi di carcere, molti dei quali in isolamento. Ma la sua figura si staglia nel panorama intellettuale sudanese: nella sua vita ha incontrato le più alte autorità politiche e culturali internazionali, tra cui anche George Bush e Barack Obama prima della sua elezione alla Casa Bianca.

L’arresto di Mudawi è da legare all’attività di Sudo, la più importante ong del paese. Era stata chiusa dell’Hac il giorno dopo (5 marzo 2009) la decisione della Corte penale internazionale di spiccare un mandato di arresto contro il presidente Omar Al Bashir. Con lei chiusero altre due ong nazionali e furono espulse 13 organizzazioni umanitarie internazionali. Una decisione catastrofica per Sudo. Anche sotto l’aspetto economico: bloccato il suo conto corrente con sopra un milione di dollari, chiusi i suoi uffici nel paese, sequestrate decine e decine di vetture, tra cui 15 nuove di zecca.

In appello, tuttavia, Sudo è riuscita a capovolgere la sentenza: lo scorso aprile, infatti, il tribunale di Khartoum ha sentenziato che la decisione dell’Hac non aveva alcun fondamento giuridico. Così l’ente governativo è stato costretto a rimborsare tutti i danni subiti dalla ong da marzo 2009. Purtroppo, comunque, la perdita patita da Sudo era stata troppo elevata. Molti dei suoi dipendenti e collaboratori se ne erano già andati. E i soldi del rimborso sono serviti per pagare gli stipendi arretrati delle centinaia di persone che facevano parte del suo staff. Contestualmente, anche se con una differenza sentenza, era stato assolto anche Mudawi dall’accusa di un uso non conforme dei fondi dell’associazione.

Il suo nuovo arresto è stato denunciato, per primo, da Front Line, l’autorevole organizzazione internazionale che tutela i difensori dei diritti umani. Poi sono scattate le denunce anche di altre organizzazioni umanitarie come Amnesty International.

Ma quello di Mudawi è solo l’ultimo di una serie ormai troppo lunga di arresti che si stanno consumando a Khartoum. Arresti di attivisti, giornalisti, professionisti.

Non che il regime di Omar Al Bashir sia mai stato illuminato e liberale. Anzi. Ma negli ultimi mesi la frequenza con cui finiscono in carcere personaggi “fastidiosi” è troppo alta. Per alcuni, i più ottimisti, siamo di fronte ai colpi di coda del regime. Il referendum secessionista al Sud potrebbe infatti creare più crepe di quel che si possa pensare alla stabilità del Nord. L’annuncio brandito con forza dal generale, al potere dal 1989, che se il Sud andrà per conto suo, nel Nord l’unica legge in vigore sarà la sharia e l’arabo l’unica lingua sarebbe da leggersi come un tentativo di alzare il muro a difesa della propria roccaforte. Di rinserrare le fila. Emarginare le opposizioni e tappare da subito le possibili falle che si potrebbero aprire in Darfur, Kordofan e nel Nord con l’addio di Juba.

Ma la paura non ha strangolato le opposizioni interne. E sono pochissimi coloro che credono che Al Bashir abbia fatto tutto il necessario per rendere “attraente” l’unione con il Sud, così come prevede l’Accordo comprensivo di pace del 2005. Anche al di fuori dei confini, tra gli storici alleati di Khartoum, c’è chi punta il dito contro il presidente autoritario. Lo stesso Egitto, nonostante la visita nella capitale sudanese di Hosni Mubarak con il colonnello Gheddafi, lo accusa di non aver speso ogni stilla di energia per evitare la secessione, dannosissima per il Cairo visto che un altro paese, il Sud Sudan, vorrà vantare diritti sulle acque del Nilo.

E anche la Cina, il paese più vicino a Khartoum, sembra aver capito che la partita importante si sta spostando a Sud. Pechino sta finanziando un sacco di progetti a Juba e ha già realizzato un centro commerciale le cui luminarie stridono con la realtà del posto.

Posizioni che stanno isolando Al Bashir. Gli arresti degli attivisti dei diritti umani, quindi, potrebbero essere il tentativo (disperato?) di frenare il masso che sta rotolando sul regime. E che si ingrossa ogni giorno di più. (Giba)