Gambia, un anno dopo
Un anno è poco per rimettere in piedi un paese piegato da 22 anni di dittatura, ma il nuovo presidente ha subito puntato su due punti chiave: economia e sicurezza. L’obbiettivo è risollevare settori trainanti, come l’industria, l’agricoltura e il turismo.

Esattamente un anno fa, il 2 dicembre 2016, i cittadini gambiani festeggiavano. Gli esiti delle elezioni del giorno prima davano vincente l’esponente del partito d’opposizione (Udp) Adama Barrow, mentre il presidente uscente Yahya Jammeh, dopo 22 anni di dittatura, ammetteva la sconfitta.

Se anche poi si è innescata una crisi di sei settimane a causa del suo ripensamento a lasciare il potere, alla fine il “padre-padrone” dell’ex colonia britannica è partito in esilio in Guinea Equatoriale. Adama Barrow è tornato così in patria a fine gennaio dal Senegal, dove, per motivi di sicurezza, si era svolta la cerimonia ufficiale di investitura come presidente del Gambia.

In questo primo anno di governo, le più grandi sfide che il neo-presidente si è trovato ad affrontare sono state indubbiamente quelle di dover guidare una transizione democratica, rendere sicuro il paese e salvarlo dal fallimento economico.

L’eredità che Jammeh aveva lasciato era disastrosa: un indebitamento pubblico superiore al 100%, un settore turistico – su cui si basa gran parte dell’economia gambiana – in declino a causa della crisi politica, una disoccupazione galoppante, la casse dello Stato vuote (la Commissione contro l’arricchimento illecito gambiana sta oggi indagando su 44 milioni di euro che Jammeh è sospettato d’aver prelevato dalla Banca Centrale negli ultimi 4 anni).

Di fronte a questa situazione, Barrow ha reagito tentando di attirare investitori stranieri e lanciando un appello ai creditori del debito estero. Il suo obiettivo, è quello di riuscire a lanciare un piano di investimento nei settori dell’industria, dell’agricoltura e delle infrastrutture, in un paese dove è urbanizzato il 57% della popolazione e in cui l’agricoltura è l’altro settore chiave dell’economia. Sulla situazione attuale dell’economia gambiana è troppo presto per intravedere risultati significativi. Del resto, è solo a fine novembre che il governo ha annunciato ai media locali l’approvazione di alcune riforme.

Altra questione critica è quella della sicurezza. Durante l’anno, sono stati arrestati alcuni militari, incolpati di aver torturato e ucciso giornalisti e oppositori politici, o sospettati di cospirare contro il governo. Anche se alcuni processi sono già iniziati e il servizio di intelligence di Stato ha cambiato nome, a intimorire alcuni è il fatto che non siano state ancora fatte riforme né vere purghe nell’esercito e nella polizia, e che alcune spie e uomini di Jammeh, compreso il capo dell’esercito, siano ancora al loro posto.  

Alcuni significativi passi contro l’impunità sono comunque stati compiuti, come pure sul fronte dei diritti umani: se Barrow ha manifestato di voler reintegrare il Gambia nella Corte penale internazionale (Cpi), all’interno del paese si sono susseguiti, mese dopo mese, tutti i segni del rifiorire di una democrazia repressa per anni. 

Così, mentre Banjul si è smilitarizzata e le immagini prima onnipresenti dell’ex dittatore sono scomparse dalla capitale, la gente gioisce tuttora all’idea di potersi esprimere liberamente. Alcuni media hanno riaperto e altri, nuovi, sono sorti.

Inoltre, hanno visto la luce il Centro gambiano per le vittime della violazione dei diritti dell’uomo – per preparare le vittime alla Commissione verità e riconciliazione – e l’associazione delle vittime del regime di Jammeh. La speranza di queste ultime, dopo un incontro con i martiri dell’ex dittatore ciadiano Hissene Habré – condannato a Dakar all’ergastolo per la prima volta da un tribunale speciale africano – è di vedere un giorno anche il loro ex presidente davanti alla barra degli imputati.

(*) Luciana de Michele è giornalista freelance. Il suo blog è: africalive.info