Da Nigrizia di marzo 2012: investimenti socialmente responsabili
La finanza etica sembra il nuovo orizzonte. Almeno in Europa. Non in Italia, dove il risparmio nei fondi etici cala, invece di crescere (tranne in Banca Etica). Scarsa consapevolezza e informazione dei clienti italiani? Banche disinteressate? La campagna “Non con i miei soldi”, per scuotere dal basso il capitalismo finanziario.

La “bisca finanziaria” (copyright Giulio Tremonti) cerca altre scommesse. Lo si è capito frequentando il covo dei dracula speculatori – il World Economic Forum di Davos – dove è stata messa sul banco degli imputati la turbo-finanza. Dalla località svizzera è uscito il messaggio che, per catturare nuovi clienti, i biscazzieri puntano, ora, sull’investimento responsabile. «La responsabilità sociale d’impresa è diventata un utile balsamo per una coscienza d’impresa turbata», ha scritto la bibbia del giornalismo economico, il Financial Times, a commento di Davos (25-29 gennaio). Forse perché «il capitalismo finanziario è giunto ad albergare in sé una serie di squilibri economici e sociali insostenibili» (come ha scritto Luciano Gallino, in Finanzcapitalismo, Einaudi editore)? O, più banalmente, perché i soliti predatori hanno scoperto che la remunerazione degli impieghi “morali” porta abbondanti valori (economici) nelle loro bisacce?

 

Il refrain, comunque, è che ora fare soldi non basta più. Bisogna farli bene. In modo sostenibile. Per l’economia. Per l’ambiente. Per la società. Si parla, per l’appunto, di responsabilità sociale di impresa (Rsi) nel caso del ciclo produttivo di un’azienda. O di investimento socialmente responsabile (Isr), quando i requisiti “etici” influenzano il rendimento di un titolo azionario.

 

Il tutto, più genericamente, viene chiamato finanza etica. Facendo inorridire il banchiere di Dio, Ettore Gotti Tedeschi (presidente dello Ior), che non crede negli ossimori «banca etica» e «finanza etica»: «Non esistono. Uno strumento in sé non può essere etico, ma è l’uomo che gli dà quel valore», il suo pensiero.

 

A livello europeo, in questi ultimi anni, si è tuttavia assistito a un boom del settore, evidenziato anche nell’ultimo rapporto (Green, Social and Ethical Funds in Europe 2011) della Vigeo, tra i leader continentali nella valutazione sociale, ambientale e di governance delle imprese. A giugno 2011, erano 886 i Fondi socialmente responsabili (Fsr) presenti in Europa (683 nel 2009), con un patrimonio gestito che ha raggiunto gli 84,4 miliardi di euro (75,3 nel giugno 2010; 53,3 un anno prima). Secondo l’analisi Vigeo, «dopo due anni di crescita imponente (più 65%), il mercato si è consolidato nel 2011, con 7 nuovi fondi». Le stesse 14 “banche etiche” aderenti al network Global Alliance for Banking on Values gestiscono risparmi che superano i 26 miliardi di dollari e servono oltre 10 milioni di clienti in 20 paesi.

 

Della Global Alliance fanno parte anche Banca Popolare Etica e il suo ramo finanziario, Etica Sgr. E anche qui i numeri appaiono in crescita: con oltre 36mila soci, la Banca ha aumentato nel 2011 la raccolta di risparmio dell’11,7% (717 milioni di euro) rispetto al 2010, erogando 540,8 milioni (+23,9%). Mentre la clientela che si appoggia ai 4 fondi proposti da Etica Sgr ha toccato quota 21.400 sottoscrittori (nel 2008 erano poco meno di 11mila).

 

 

Risparmiatori poco etici

Anche in Italia, quindi, il salvadanaio comincia a colorarsi di etico? Purtroppo, no. O almeno così sembra. Il 30 dicembre 2011, a Brescia, Pax Christi ha organizzato una tavola rotonda dal titolo “Armi, banche e responsabilità sociale”. Tra i relatori, Damiano Carrara, responsabile del settore “sociale” di Ubi banca. Sfidando la platea, alla fine del suo intervento, il professionista ha dichiarato: «Noi siamo ben disposti a finanziare fondi etici. Il problema è che non c’è richiesta. Questo dimostra che la responsabilità per la pace deve essere condivisa». Facendo chiaramente intendere che ci si può riempire la bocca con tante belle parole “morali”. Ma poi non è affatto vero che i consumatori italiani cercano etica e trasparenza nei prodotti finanziari. Tesi confermata pure dai dati della stessa ricerca Vigeo: mentre in Europa il comparto dei Fsr rappresenta l’1,42% del risparmio gestito, in Italia tocca a malapena l’1%. Se in paesi come Francia e Gran Bretagna aumentano sia il numero di fondi sia le quantità di denaro investite (con valori nemmeno lontanamente paragonabili a quelli italiani), nel nostro paese si registra una flessione di entrambi (dal 2010 al 2011 si è passati da 16 a 15 fondi e da 2,3 a 2,2 miliardi di euro di patrimonio gestito). Eppure, tutti i principali gruppi bancari e società di gestione del risparmio italiani hanno in portafoglio Fsr la cui dimensione media è la più alta d’Europa (148 milioni di euro rispetto a una media europea di 95 milioni). Un sentimento di diffidenza verso questi prodotti era già emerso in una ricerca demoscopica commissionata da Banca Etica all’Istituto Demos nel 2009: «Si osserva una diffusa voglia di etica. Ma si tratta di una domanda sociale, connotata da un sentimento di prudenza. Si rileva, in altri termini, un “realismo” diffuso specialmente quando i cittadini guardano in prospettiva, oltre questa fase di crisi », si legge nel rapporto.

 

Com’è spiegabile, allora, lo scarto tra gli eccellenti risultati di Banca Etica e lo scarso interesse generale degli italiani per questo tipo di prodotti? Secondo Simonetta Bono, manager della Vigeo e tra gli autori della ricerca, «le banche e le reti italiane non spingono abbastanza questi prodotti per scarsa informazione e scarsa comunicazione. Inoltre, le banche italiane sono pluriprodotto: i fondi socialmente responsabili sono solo un completamento della gamma».

 

Punta il dito nella stessa direzione anche Alberto Lanzavecchia, docente di Finanza aziendale presso la facoltà di Economia di Padova e autore dello studio Prospettive e limiti della finanza etica: «Le banche spa non sono neutrali nella scelta dei prodotti, perché preferiscono vendere quelli a maggior ritorno oppure i propri. Non è così quando la banca non ha prodotti “particolari da vendere” (e quindi sceglie liberamente il prodotto in funzione dei bisogni del cliente) oppure quando lascia scegliere al cliente, come per le banche di credito cooperativo. In entrambi i casi, comunque, si presuppone che il cliente o si fidi ciecamente della banca o sappia esattamente quello che vuole. Quindi, il punto è questo: o il cliente è informato e consapevole dell’esistenza dei fondi etici, e allora li chiede (e ottiene) in quasi tutte le banche; oppure è in balìa del venditore».

 

 

Dove sono sindacati e chiese?

Ma sbaglia chi individua nel sistema creditizio italiano il solo colpevole. Leonardo Becchetti è ordinario di Economia politica alla Facoltà di economia dell’Università “Tor Vergata” di Roma, nonché presidente del Comitato etico di Banca Popolare Etica. Dopo aver confermato che «in Italia non sono molti coloro che si indirizzano verso i fondi etici e chi lo fa è una minoranza fortemente motivata che vota per il “pioniere” e non per le imitazioni», il professore sottolinea che «una grande responsabilità» nella mancata esplosione di questo mercato «ce l’hanno le istituzioni che per coerenza con il loro statuto dovrebbero investire in fondi etici. In Francia, per esempio, chiese e sindacati sono all’avanguardia in questo investimento. Direi che il problema di fondo che ci separa dall’obiettivo è culturale: solo il 10 % degli italiani conosce Banca Etica. Nonostante il grande impegno di promozione di chi ci crede in questa banca, penso che, se si lavorasse di più su questo punto, i risultati sarebbero enormi».

 

Il cittadino è scarsamente consapevole che esiste una via “responsabile” al guadagno. Tanto meno oggi, che è in preda a una crisi che svuota il portafoglio.

 

Che serva una brusca sveglia al consumatore italiano ne sono convinti anche in Banca Popolare Etica. L’ultima sua Campagna (“Non con i miei soldi”) spinge tutti noi a iniziare a considerare la finanza come un bene comune, dove l’interesse del singolo deve fermarsi di fronte a quello della società nel suo insieme. «Il cambiamento nella finanza dovrà necessariamente partire anche da una spinta dal basso, dalla collettività dei risparmiatori, anche piccoli», scrivono i promotori della Campagna.

Sarebbe un’azione rivoluzionaria.

 

Tabella: Fondi socialmente responsabili (FSR) in Europa

 

Box: INTERVISTA A BIGGERI, PRESIDENTE DI BANCA POPOLARE ETICA

È tempo di uscire dal guscio

 Ugo Biggeri, 46 anni, toscano, è dal maggio 2010 presidente di Banca Popolare Etica e di Etica Sgr.

 

Presidente, in molti paesi europei sia il numero dei fondi etici che le quantità di denaro investite aumentano, mentre in Italia si registra una flessione di entrambe. Perché, a suo avviso?

Nel nostro paese l’educazione finanziaria e l’attenzione alla finanza etica sono in crescita, ma sono fenomeni più recenti. Nel Nord Europa gli investimenti responsabili sono nati prima e sono più diffusi. La flessione potrebbe essere in parte dovuta all’incertezza circa ciò che è un fondo etico e ciò che non lo è. Oggi non c’è una normativa chiara in materia: anche i risparmiatori più attenti fanno fatica a orientarsi e a trovare – nel sistema bancario mainstream – prodotti di investimento etico che ispirino fiducia.

 

Come si conciliano i successi di Banca Etica con la scarsa domanda di prodotti etici presso le banche tradizionali? Può essere che coloro che investono in fondi etici siano così pochi che si rivolgono, come nicchia, solo a un istituto come il vostro, ignorando le altre banche?

C’è una diffidenza diffusa nei confronti delle banche più grandi e, probabilmente, molti risparmiatori fanno fatica a credere a una vera vocazione etica dei grandi istituti di credito. Banca Etica cresce soprattutto attraverso il passaparola dei 36mila soci e delle migliaia di clienti. Evidentemente questa modalità ispira fiducia.

 

Eppure, solo il 10% degli italiani vi conosce. Quindi, mentre c’è un consumatore ormai consapevole e informato sui prodotti bio ed equosolidali, sembra non esistere un consumatore di prodotti finanziari etici.

Banca Etica non investe in grandi campagne pubblicitarie. Siamo nati appena 13 anni fa e il 10% degli italiani che ci conoscono non è poco. È frutto di una scelta di crescita ponderata e sostenibile. Per ora abbiamo dimostrato che si può fare finanza etica a sostegno di un’economia sana e pulita. Tutto ciò si basa spesso su una conoscenza diretta delle realtà che finanziamo. Ora si tratta di fare funzionare questo modello anche su scala più ampia.

 

Un paio d’anni fa era scoppiata la polemica sui modelli di rating etico, che talvolta mostravano differenze stridenti, a cominciare dalla possibilità di investire in settori controversi, come in armi o nel settore petrolifero. È stata fatta chiarezza su questo punto? Esistono oggi controlli effettivi su chi mette sul mercato prodotti con l’etichetta “etico”?

A livello normativo e istituzionale c’è ancora molta incertezza. Il concetto di investimento etico si presta a una gamma amplissima di interpretazioni. È vero, aziende come la British Petroleum (Bp) figuravano nel Dow Jones Sustainability Index, l’indice che raggruppa le imprese sostenibili quotate nella borsa americana. Eppure, è stata lei a causare uno dei più grossi disastri ambientali, con la marea nera nel Golfo del Messico. Anche l’italiana Finmeccanica – tra i principali produttori di armi al mondo – figura nell’elenco delle imprese più sostenibili. Banca Etica ed Etica Sgr applicano criteri molto più stringenti e queste tipologie di aziende (petrolio, armamenti) sono escluse a priori dai nostri investimenti.

 

 

Box: Reputazione, le parole contano più delle azioni

All’annuale appuntamento di fine gennaio con il Forum per la finanza sostenibile, il sistema creditizio italiano si è dichiarato attento alle politiche di responsabilità sociale d’impresa. Ad esempio, il 77,7% delle banche pubblica un rendiconto di sostenibilità. Il 74,8% rendiconta secondo le linee guida della Global Reporting Initiative, istituzione indipendente le cui indicazioni sono ritenute le più efficaci nel coniugare le tre dimensioni – economica, sociale e ambientale – nella redazione di rapporti di sostenibilità. Quasi l’80% degli istituti, poi, dispone di un codice etico. E c’è pure attenzione all’ambiente e a promuovere comportamenti ecosostenibili dentro e fuori l’azienda: più del 74% degli istituti offre prodotti finanziari per i cambiamenti climatici; il 74,6% offre finanziamenti per favorire l’approvvigionamento da fonti rinnovabili e l’efficienza energetica; il 73,1% fa prestiti a tassi agevolati per favorire la riduzione di anidride carbonica; il 61,7% del sistema ha ottenuto certificazioni etico-ambientali.

Tutto bene, dunque? In verità, qualche dubbio sorge. Il rischio, infatti, è che i modelli di valutazione della sostenibilità siano prevalentemente “formali”, guardino, cioè, più alla presenza di un bilancio sociale, di un codice etico o di certificazioni ambientali, piuttosto che verificare che cosa nella società in oggetto pensa chi intrattiene con essa relazioni dirette e, ancor di più, chi ci lavora. A sorreggere il sospetto c’è uno studio, recentemente pubblicato dalla Kansas State University, nel quale è emerso che negli indici “etici” presenti sul mercato – come, ad esempio, nel North American Dow Jones Sustainability Index – le società che hanno una migliore reputazione ambientale sono, in realtà, quelle che forniscono maggiori informazioni, non necessariamente quelle migliori dal punto di vista ambientale. Tra il rappresentarsi e l’essere “responsabile” resta, quindi, ancora un abisso.

 


 



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