Alluvioni in Sudan (Credit: newscentral.africa)

I cambiamenti climatici e i danni ambientali provocati da una gestione del territorio miope e di sfruttamento selvaggio stanno provocando danni gravissimi nei paesi dell’Africa orientale.

Il sito specializzato floodlist.com, nella pagine dedicate all’Africa, elenca centinai di morti e centinaia di migliaia di sfollati a seguito di innumerevoli alluvioni ed esondazioni di laghi e fiumi che hanno provocato distruzioni di villaggi e campi coltivati un po’ in tutto il continente, ma soprattutto nei paesi dell’Est e del Corno d’Africa.

Dall’inizio di agosto nella lista dei paesi disastrati si trovano: la Somalia, con più di 100mila persone messe in ginocchio secondo le stime dell’Onu; l’Etiopia, dove le alluvioni hanno provocato almeno 30mila sfollati secondo Ocha, l’organizzazione dell’Onu per il coordinamento degli interventi umanitari; il Sud Sudan, in cui ancora stime delle agenzie dell’Onu valutano 600mila sfollati e la perdita totale del prossimo raccolto solo nello stato di Jonglei, in un paese dove la fame incombe ogni anno sempre più diffusa dall’inizio della guerra civile, nel 2013; il Sudan, dove il Nilo Blu e molti fiumi stagionali hanno sommerso larghe parti del territorio; il Kenya e l’Uganda, dove a preoccupare è il crescente livello dei laghi.

In questi ultimi giorni il paese nella situazione più drammatica è sicuramente il Sudan, tanto che il governo ha proclamato lo stato di emergenza. Le alluvioni, infatti, interessano ormai 16 dei 18 stati federali. Con tutto quello che ne consegue in termini di distruzione di beni individuali e comunitari, di diffusione di gravi malattie – malaria, colera, tifo, bilarzia – e di perdita della stagione agricola, dunque di scarsezza di cibo di base sul mercato e aumento dei prezzi, in un paese già in profonda crisi economica, in cui la moneta locale perde quotidianamente valore sul dollaro.

Le vittime, secondo dati ufficiali, sono ormai almeno un centinaio, mentre mezzo milione di persone è rimasto senza casa per la distruzione di 100mila abitazioni. Piogge torrenziali si stanno abbattendo sul paese dall’inizio di agosto. A Khartoum, la capitale, il Nilo ha superato l’altezza registrata nel 1946 e nel 1988, anni ricordati come quelli dalle alluvioni più disastrose della storia contemporanea del paese.

Questa mattina un sito locale, Radio Dabanga, dice che l’acqua è arrivata a 17,66 metri sul livello medio in città e a 18,34 metri più a nord, 27 centimetri oltre del massimo mai registrato. Ed è in continua crescita. Lo stesso sito aggiunge che l’acqua ha raggiunto anche la residenza del primo ministro Abdallah Hamdok che si trova sulle rive del Nilo a Khartoum Nord, una delle tre città gemelle che formano la grande Khartoum.

Vengono perciò devastati non solo i quartieri periferici, ma anche le zone residenziali di pregio, costruite dove l’acqua del Nilo non avrebbe mai dovuto arrivare. Nell’altra città gemella, Omdurman, l’alluvione ha provocato la distruzione di 120 abitazioni solo negli ultimi giorni e l’evacuazione di interi quartieri.

Danni gravissimi si registrano anche negli stati dell’est del paese, dove sono straripati numerosi torrenti stagionali, in lingua locale khor. Nello stato del Mar Rosso, i danni maggiori si sono avuti a Tokar, qualche decina di chilometri a sud di Port Sudan, dove il 75% della cittadina e delle zone vicine sono alluvionate per lo straripamento del khor Baraka. Nello stato di Kassala è straripato il Gash, proveniente dall’Eritrea, che si impaluda appena a nord della città in una zona fertilissima, conosciuta come “delta del Gash”.

Il capoluogo, Aroma, è isolato, come numerosi altri villaggi. 1.860 abitazioni sono andate distrutte. Devastato anche lo stato del Nilo Blu, attraversato dal ramo del Nilo omonimo che raccoglie le piogge dell’altipiano etiopico che quest’anno sono state particolarmente abbondanti.

Per ora non si registrano commenti sul fatto che l’Etiopia ha cominciato – unilateralmente e in polemica con il Sudan e l’Egitto – a riempire l’invaso della Grande diga della rinascita (Gerd), diminuendo il flusso dell’acqua del Nilo Blu a valle, evitando, con ogni probabilità, un disastro anche maggiore.

In Kenya, dopo una primavera caratterizzata da piogge particolarmente abbondanti che hanno provocato frane, smottamenti, crolli e centinaia di vittime, ora preoccupano soprattutto i laghi, e in particolare quelli della Rift Valley che da anni sono esondati, inghiottendo molti chilometri quadrati di territorio, compresi numerosi resort turistici che sono ora abitati da coccodrilli ed ippopotami. I casi più discussi in queste settimane sono quelli del Baringo e del Bogoria.

Il livello del primo ha cominciato a salire nel 2013. Ora, secondo osservatori locali, è dai 9 ai 12 metri più alto della media e si alza di 2,5 centimetri al giorno, inghiottendo tutto quello che trova sulle sue rive che hanno assunto un aspetto inquietante e spettrale. Il Baringo e gli altri laghi della Rift Valley sono probabilmente soggetti anche a fenomeni di bradisismo.

Gli abitanti della zona descrivono l’alzarsi e l’abbassarsi periodico del suo livello come un fatto conosciuto e costante, ma ora il lago sale in continuazione da poco meno di una decina d’anni. Il problema maggiore sembra essere la deforestazione che ha devastato la foresta Mau, dalle cui acque il lago viene alimentato.

I corsi d’acqua che vi hanno origine dilavano il terreno, non più trattenuto dalla foresta, e depositano grandi quantità di sedimenti sul fondo, provocandone l’innalzamento. Le abbondantissime piogge di quest’anno hanno molto contribuito ad aggravare il problema.

Funzionari del governo locale dicono che solo quest’anno 5mila persone hanno dovuto abbandonare i loro villaggi che sono stati sommersi con tutte le infrastrutture di cui erano dotati: strade, scuole, ospedali, pozzi, attività produttive e terreni agricoli.

Lo stesso fenomeno interessa il lago Bogoria, poco più a sud del Baringo, inserito dall’Unesco tra i luoghi patrimonio dell’umanità e famosa meta turistica per le sorgenti calde e i geyser che lo caratterizzano e che ne rendono alcaline le acque. Il lago è famoso anche perché ospita una colonia di oltre 1,2 milioni di esemplari di fenicotteri, oltre a centinaia di altre specie di uccelli, compresi gli struzzi che abitano il territorio circostante.

Secondo un responsabile della riserva naturale che lo protegge, il lago si sarebbe esteso di 9 chilometri quadrati in meno di 3 anni (dai 34 del 2017 ai 43 attuali) e l’acqua ha ormai sommerso gran parte dei fenomeni vulcanici per cui andava famoso.

Ormai il Baringo e il Bogoria, che distavano 20 chilometri, si trovano a meno di 13 chilometri l’uno dall’altro. Gli ambientalisti temono che presto le acque alcaline del Bogoria possano raggiungere le paludi che precedono il Baringo, dove le acque sono invece dolci, provocando un disastro ambientale di proporzioni enormi, con la moria della flora e della fauna di entrambi.

Da anni si parla di interventi per canalizzare altrove l’acqua in esubero del Baringo e si proclamano campagne di rimboschimento del suo bacino a partire dalla foresta Mau, ma per ora quasi nulla è stato fatto. Ora si comincia a parlare di uno sbarramento che impedisca alle acque dei due laghi di mescolarsi.

Un intervento di emergenza probabilmente poco efficace, mentre si decide cos’altro è necessario fare per proteggere un ambiente unico in cui vivono milioni di specie animali e vegetali, e centinaia di migliaia di uomini.

Nella speranza, probabilmente vana per diverse settimane e forse mesi ancora, che la pioggia dia un po’ di tregua. Così, almeno, prevedono i metereologi.