Storie perdute – dicembre 2015
Mauro Armanino

Messe insieme fanno oltre 300. Le anime morte per mano di Boko haram nella zona di Diffa, all’estremo sud-est del Niger. Uno stillicidio quasi quotidiano nel 2015. Almeno contassero quanto altre anime morte. Le vite condadine sono invisibili come le loro morti. Nikolaj Gogol’ aveva colto nel segno.

Morire come si vive: contano i luoghi e le circostanze. Attorno al lago Ciad e alla frontiera con la Nigeria vivono donne, vecchi e bambini. Gli uomini richiano grosso dalle due parti, accusati di fiancheggiamento, imprigionati o sfollati altrove. Anime morte o moribonde nei mezzi di comunicazione. Le anime morte del Sahel non hanno acquirenti. Morti invisibili perché invisibili da vivi.

Sono le parole le prime a morire. Anime morte di cui i poteri sono il principale mandante, i giornalisti gli esecutori e i lettori in-consapevoli consumatori. I “nostri” vengono barbaramente uccisi e gli altri invece “abbattuti”. Si abbattevano gli animali o gli aerei nemici. E i bombardamenti sono chiamati in francese frappes, cioè colpi, botte. Termine che si chiama fuori rispetto alle vittime collaterali di ogni singola bomba. I cimiteri più grandi sono quelli delle parole. Non parliamo poi della ‘guerra globale’ al terrorismo fino alla vittoria certa e totale. Il nemico sarà eliminato e la zona disinfestata dal male. Le parole sono trappole mortali o aperture per leggere altrimenti la realtà. Nessuno ha mai pubblicato i nomi e la professione dei 300 di Diffa.

Anime morte da svendere al momento di fare il punto sulla situazione della sicurezza in Niger. Le organizzazioni non governative premono per fare progetti e interventi in linea con le emergenze umanitarie. Intanto si contano a migliaia i rifugiati e gli sfollati. Numeri e statistiche per organizzare gli aiuti e correggere quelle precedenti per chiedere quanto occorre ai donatori, pubblici e privati.

Anime così diverse dai morti di Charlie Hebdo, troppo diverse per essere del Charlie o del Bataclan, per diventare parigini o americani dopo le torri gemelle. E nessuno che si sogni di diventare “Diffa”o “Ciad”, visto che nella capitale N’Djamena i morti si contano a decine. Anime morte due volte e seppellite di nascosto senza fiori, lumini o scritte. Non è nella tradizione musulmana. Bastano le lacrime di coloro che rimangono e le promesse dei politici di “fare pulizia” dei portatori di bombe artigianali.

Al Bataclan c’erano direttori di ristorante, padri, commercialisti, fans del rock, amanti del rugby, ingegneri, musicisti, impiegati della dogana, architetti, insegnanti. Soprattutto sono stati uccisi a Parigi, città che guarda il mondo. Ci sono parole per raccontarli e servizi televisivi per scavarne il passato e sondarne il futuro. Morti che contano perché contati in “contanti”.

A Diffa ci sono caserme, poveri, venditori di pesci affumicati e peperoncini, il cui commercio è stato vietato. Lo stato di urgenza è in vigore da alcuni mesi e anche le moto sono state sequestrate. Le altre anime morte erano contadini, i loro nomi sono scritti sulla polvere che il vento spinge lontano. Di sicuro si incontreranno, con le altre nel mare, una domenica mattina.