La rotta balcanica

Ad Atene, a Idomeni sono ammassati centinaia di migliaia di persone. Sperano di arrivare in Macedonia, poi di oltrepassare i confini con la Serbia, quelli croati, quelli sloveni, quella austriaci…Le loro speranze sono aggrovigliate a un’attesa infinita.

«Credi a me, quello che ti uccide davvero è l’incertezza, non sapere se e quando ce la farai a passare la frontiera. Se sei fortunato prima o poi toccherà anche a te, ma nel frattempo puoi solo aspettare, perché non puoi andare avanti ma non puoi nemmeno tornare indietro».

Mentre parla Hussein non riesce a non sorridere. Da 28 giorni è bloccato nel vecchio stadio dell’hockey di Atene, che da qualche mese il governo greco ha trasformato in un centro di accoglienza per profughi. Nonostante l’impossibilità di lasciare la vecchia struttura sportiva, rimasta per anni abbandonata come tante altre dopo le Olimpiadi del 2004, non ha perso il buonumore né la speranza di riuscire a proseguire un giorno il suo viaggio verso il nord Europa. «Adesso non saprei dove andare», spiega in un discreto italiano. Somalo, 54 anni, nel suo paese ha studiato agraria con professori italiani, cosa che gli permette ora di parlare discretamente la nostra lingua. «Quando finii gli studi andai in Yemen, dove per molti anni ho lavorato come guida turistica. Le cose non andavano male – racconta –, ma poi è cominciata la guerra e sono dovuto scappare».

Da più di due mesi Hussein è in viaggio, come altre decine di migliaia di profughi. Difficilmente, però, lui riuscirà a passare la frontiera che sogna, quella con la Macedonia. Skopje, infatti, ha prima limitato gli ingressi ai soli iracheni e siriani, poi chiuso il confine consentendo, al massimo, il passaggio di cento persone al giorno. Una brutta notizia per Hussein che, però, non perde la speranza: «Magari potrei venire in Italia, lì ho qualche amico».

Per il ministro dell’immigrazione greco, Yannis Mouzalas, se l’Europa non si deciderà presto a mettere in atto il ricollocamento dei profughi tra gli stati membri, la Grecia finirà col trasformarsi in un «deposito di anime». Già adesso, però, il paese è il punto di ritrovo di migliaia di vite sospese. Uomini, donne e bambini che alle spalle si sono lasciati gli orrori della guerra e del terrorismo e che dopo aver sognato una vita senza più violenze rischiano adesso di non riuscire a realizzarla. Nessuno di loro, però, perde la speranza.

Seppure limitatamente, ogni giorno a Idomeni, la località al confine tra Grecia e Macedonia, piccoli gruppi di rifugiati vengono chiamati fino al cancello protetto dal filo spinato che divide i due stati e, dopo qualche ora di attesa, fatti passare. Quando questo succede i visi dei pochi fortunati si illuminano di gioia. Come quello di Ahmed, 25 anni, originario di Aleppo. Alle spalle si è lasciato il rumore delle bombe lanciate dagli aerei russi, una città che ormai non esiste più. (…)

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