La mappa dei campi profughi
L’ultimo rapporto Onu annuncia 51,6 milioni di profughi al mondo, mai così tanti dalla seconda guerra mondiale. Le strutture che li ospitano non appaiono su nessuna carta geografica. Eppure creano una nuova urbanistica. Il libro Un monde de camps, frutto del lavoro collettivo di ricerca diretto dall’antropologo francese Michel Agier, presenta 25 casi. Molti quelli africani.

A fare i conti con le cifre, c’è poco da stare allegri. Fra rifugiati e profughi interni, sono 12 milioni le persone che vivono oggi nei 1.500 campi stabili e ufficiali del mondo. A questi si aggiungono i campi auto-installati (diverse migliaia) e più di mille centri di detenzione amministrativa: 10 milioni di persone abitano in strutture che non appaiono sulle carte.

Lo fanno in una condizione fra l’invisibile e il reale, di pari passo con i non-luoghi che occupano. Mal repertoriati, o addirittura non catalogati, questi spazi non sono più la soluzione temporanea all’urgenza umanitaria, che ne giustificò la creazione. Dieci, trenta, talvolta quarant’anni dopo si sono strutturati come città parallele, forme concrete e stabili di urbanizzazione marginale. Al punto da far concorrenza alle città «vere»: i quattro campi kenyani di Dadaab, al confine con la Somalia, sono la terza agglomerazione del paese, dopo Mombasa e Nairobi. Il più grande campo al mondo.

Il fenomeno prende dimensioni globali. Se migrazioni e spostamenti sono da sempre alla base della formazione di nuove città, l’urbanesimo dei campi delinea una nuova geografia, tanto più complessa quanto ha a che fare con le conseguenti politiche umanitarie, dove nuove architetture strutturano gli spazi sulla base di barriere, recinti, divieti. Potenziali città in divenire, rimangono forme chiuse e danno vita a ghetti o bidonville.

A tentare una fotografia della realtà esce in Francia Un monde de camps, una rassegna collettiva di 25 casi realizzata con il contributo di 26 ricercatori sotto la direzione dell’antropologo Michel Agier (Ird – Institut de Recherche pour le Dévéloppement), che da anni si occupa della relazione fra i luoghi dell’esilio e la nascita di nuovi contesti urbani.

Dal più antico (Chatila, in Libano) ai più dibattuti (Lampedusa, Calais, o ancora Damasco), il lavoro percorre i continenti e mostra, in un ritratto composito e dettagliato, come i campi facciano ormai parte degli spazi e delle società che integrano (o tentano di integrare).

Un vero e proprio paesaggio globale, visualizzato da David Lagarde e Olivier Clochard in una mappa costruita in stretta collaborazione con Migreurop, autrice dal 2003 di un lavoro omonimo sull’area europea.

Oltre al vecchio continente, su un periodo compreso fra gennaio 2009 e luglio 2013, la carta individua sul planisfero circa 400 siti di esistenza confermata: campi profughi istituzionali (fondati dall’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati – Acnur – o dai governi locali) e centri di detenzione amministrativa (dai Centri di identificazione ed espulsione, ai campi di richiedenti asilo, ai punti di transito frontalieri) con capacità uguale o superiore a 50 posti.

 

Mappatura globale. È il primo tentativo di mappatura globale, spiega Lagarde. Il punto di partenza per un nuovo lavoro. Eppure, se la carta dà voce solo a una minima parte dei siti esistenti – sfuggono alla rappresentazione i campi di lavoro, gli auto-installati e un’infinità di luoghi di sequestro dei migranti in situazione irregolare, specie negli stati federali – l’individuazione per zone basta al colpo d’occhio. Con l’eccezione del sudest asiatico e parte dell’Australia, dove più frequenti sono le detenzioni, una demarcazione netta si delinea fra nord e sud del mondo, con la concentrazione dei luoghi di reclusione in America centrosettentrionale; in Europa, nel bacino mediterraneo; e nei campi profughi in Africa, Asia, Medio Oriente.

Si aggiunge alla selezione, l’indice di profughi interni, gli sfollati per causa di conflitti armati o crisi che rimangono all’interno del loro paese. Secondo l’ultimo rapporto dell’Internal displacement monitoring centre (Idmc, ong norvegese), sarebbero 33,3 milioni sui 51,6 totali (interni e non). Mai così tanti dalla seconda guerra mondiale. A fine 2012, Lagarde ne individuò 4 milioni in Colombia e oltre 10 milioni in Africa, dove la grande maggioranza risiede nella Rd Congo, in Sudan e in Somalia.

In Siria, se al numero degli sfollati interni si aggiunge quello dei rifugiati oltre frontiera, il picco di profughi – che trovano prevalentemente riparo in Libano, Giordania o Turchia – tocca nuovamente i 10,5 milioni.

L’Africa presenta casi molteplici, con cifre esponenziali. Dadaab, ad esempio, è passato dalle 125mila presenze del 2000 alle 450mila di oggi. E il continente ospita la schiacciante maggioranza dei campi auto-installati. Sono questi i più precari, e perciò sfuggenti alle cartografie, dove i flussi sono intensi e le installazioni presenti da più tempo. In alcuni casi accade, però, che il confronto fra l’ordine umanitario e il quotidiano dei migranti dia vita a situazioni anomale, dove gli occupanti rompono la dipendenza nei confronti delle strutture umanitarie e ricostituiscono autonomamente la comunità.

Democrazia da campo.
È quanto è successo nel campo di Agamé in Benin (creato nel 2005, distrutto nel 2013), dove i migranti – per la maggior parte togolesi in esilio – hanno messo in atto progressivamente una forma di democrazia diretta, manifestando e ottenendo di poter scegliere da soli i loro rappresentanti nelle relazioni con i gestori del campo (Acnur, governo del Benin, ong). Monitorata da una commissione elettorale preposta alla verifica delle candidature e alla definizione delle modalità di scrutinio, la campagna elettorale messa in atto riproduce nell’esperienza beninese le tappe di una democrazia concreta: alla tradizionale pubblicazione dei programmi, nei quali i candidati avanzano le proposte sui principali bisogni e rivendicazioni del campo, seguono regolari elezioni. Il vincitore ottiene un mandato di sei mesi, esteso successivamente a un anno, e rinnovabile una volta. (…)