Guerra civile in Sud Sudan
Il 23 si è firmato il cessate il fuoco tra le due parti belligeranti in Sud Sudan. Ma si è ben lontani dall’avere un’idea da cui cominciare a elaborare una proposta di soluzione del conflitto. Tanto che nel paese si continua a sparare.

Giovedì 23 gennaio ad Addis Abeba le due parti belligeranti in Sud Sudan (il governo e  l’SPLM/A ribelle) hanno firmato il cessate il fuoco, dopo cinque settimane di aspri combattimenti, 575.000 sfollati, 112.000 rifugiati oltre confine (dati Ocha, l’agenzia dell’Onu per il coordinamento degli interventi umanitari, del 24 gennaio) 10.000 morti (stime dell’International Crisis Group, un autorevole istituto di ricerca per la prevenzione dei conflitti) le 3 capitali degli stati petroliferi rase letteralmente al suolo (Bentiu-Rubkona in Unità; Bor in Jonglei; Malakal nel Nilo Superiore) e danni incalcolabili alla fiducia della popolazione in un futuro di pacifica convivenza e sviluppo.

Le due delegazioni, guidate da Nhial Deng Nhial per il governo, e da Taban Deng Gai per l’opposizione armata, hanno firmato contestualmente due documenti. Nel primo sono descritte in 11 capitoli le clausole del cessate il fuoco. Le più significative, per noi, riguardano: la protezione dei civili, finora bersaglio di ogni tipo di violenza da entrambe le parti; la garanzia di accesso per gli aiuti, ora molto limitati dalle operazioni militari e dalle violenze che anche gli operatori umanitari hanno dovuto subire; la formazione di un gruppo di monitoraggio e verifica, sotto il controllo dell’Igad (l’Autorità intergovernativa per lo sviluppo, che raggruppa Somalia, Eritrea, Etiopia Kenya, Sudan, Uganda, Gibuti, Sud Sudan e al cui tavolo si sono tenute le trattative). Nel secondo si dichiara la condizione degli 11 politici arrestati nei primissimi giorni della crisi con l’accusa di aver tentato un colpo di stato; di loro si dice che saranno preziosi, insieme ad altri attori, nel processo di riconciliazione e che si faranno tutti gli sforzi necessari per liberarli appena possibile. Si tratta, in sostanza, di un contentino formale alle richieste dell’opposizione armata che chiedeva la loro liberazione come precondizione all’inizio stesso del negoziato.

Il cessate il fuoco viene considerato da tutti gli osservatori come un primo necessario, ma ancora fragilissimo, passo verso  la conclusione della crisi. Nessuno si aspetta che i combattimenti cessino davvero su tutto il territorio nazionale, anche perché l’opposizione ha ancora il controllo di alcuni importanti campi petroliferi. Sabato 25, infatti, a tregua entrata pienamente in vigore, combattimenti, negati dal governo e denunciati dall’opposizione, sono stati segnalati attorno ai campi petroliferi di Unità. Inoltre, le milizie, che hanno affiancato l’esercito regolare dalle due parti, sono difficilmente controllabili dai due firmatari dell’accordo ed è prevedibile che continueranno una guerriglia a bassa intensità, come d’altra parte è successo fin dalla firma degli accordi di pace nel 2005 in diverse zone del paese.

Non ci si aspetta neppure che la popolazione sfollata si affretti a tornare ai propri villaggi e alle proprie case, soprattutto là dove denka e nuer vivevano mescolati. Troppo sangue innocente è corso tra i due gruppi e sarà necessario mettere in campo un paziente e potente processo di riconciliazione per tornare alla situazione precedente allo scoppio della crisi, che, per altro, non era certo ottimale.

Inoltre, sarà necessario capire come di esce dalla crisi politica che ha visto contrapposti i due gruppi che hanno scatenato il conflitto. Per ora, a giudicare dal documento sui detenuti, si è ben lontani dall’avere un’idea da cui cominciare a elaborare una proposta di soluzione.