Sbarramenti e polemiche

Molti i progetti in cantiere lungo il corso del fiume. Diversi quelli finanziati dalle grandi istituzioni internazionali. Vani i tentativi delle comunità locali e delle associazioni di resistere alla cementificazione, col rischio di far scomparire l’ecosistema e le culture delle popolazioni che vivono lungo il fiume.

Gli esperti affermano che il Nilo non ha una portata sufficiente per soddisfare le esigenze d’irrigazione di tutti i paesi del bacino. Le grandi dighe, sia quelle esistenti ma soprattutto quelle in fase di progettazione, si vanno a innestare in un contesto già complesso.

A cominciare da quella che, una volta completata, diverrà la diga più grande del continente africano: la Grande diga della Rinascita. Al momento è in fase di costruzione sul tratto del Nilo Azzurro che attraversa la regione etiopica di Benishangul-Gumuz, nella parte occidentale del paese, ai confine con il Sudan. Un’opera controversa, capace di generare 6mila megawatt, i cui lavori sono stati affidati, senza gara d’appalto, all’impresa italiana Salini. A essere preoccupati sono soprattutto Sudan ed Egitto. Si stima, infatti, che il mastodontico bacino artificiale prodotto dalla diga potrebbe “bloccare” una volta e mezza il flusso di acqua prodotto dal Nilo Azzurro in un anno. In meno di un lustro i paesi a valle si ritroveranno con effetti drammatici per l’agricoltura e le riserve idriche. Dopo un lungo tira e molla, i tre stati interessati hanno deciso di istituire un gruppo di esperti indipendenti che dovrà studiare gli impatti dell’opera da tutti i punti di vista.

Ma intanto i lavori continuano, sebbene il fondamentale aspetto finanziario che fa da corollario al progetto presenti ancora delle vaste zone d’ombra. Lo scorso novembre il ministro dell’energia etiopico, Alemayehu Tegenu, ha smentito l’esistenza di problemi legati alla mancanza di fondi, sebbene abbia ammesso che sui 4,8 miliardi di dollari necessari per realizzare la diga siano stati trovati poco meno di 300 milioni, il grosso raccolto tramite obbligazioni governative. Dietro l’angolo c’è il possibile coinvolgimento cinese e una sorta di “contributo obbligatorio” da parte dell’intera cittadinanza.

La Banca mondiale (Bm) e la Banca africana di sviluppo (Bas), nonostante un passato infarcito di finanziamenti per opere di questo tipo, si sono sfilate, manifestando dubbi sulla fattibilità e l’opportunità del progetto. Jan Mikkelsen, il rappresentante del Fondo monetario in Etiopia, ha sottolineato come «l’opera vada ripensata per non drenare una larga fetta delle risorse economiche del paese da destinare alle spese di ordinaria amministrazione».

Il ministro Tegenu ha comunicato che è completa solo per il 13%, ma si è detto sicuro che sarà perfettamente funzionante entro il 2015, senza troppo curarsi dell’esito dei lavori della commissione indipendente.

La Grande diga della Rinascita non è certo l’unico impianto sul Nilo. Uno studio finanziato dalla Fao e dal governo italiano ne ha contate 17 già realizzate e altrettante progettate e pronte a essere costruite. L’impianto più famoso rimane quello di Assuan, realizzato negli anni Sessanta e terminato il 21 luglio del 1970, al confine tra Egitto e Sudan. Visto come elemento chiave dello sviluppo economico egiziano, da una parte permise di migliorare l’irrigazione dei campi e il controllo delle inondazioni, dall’altra comportò lo sfollamento di oltre 100mila nubiani e lo spettacolare spostamento del tempio di Abu Simbel. Assuan ha dato vita al bacino artificiale del lago Nasser.

In Sudan si sta attualmente innalzando, invece, la diga di Roseires (inaugurata nel 1966 l’impianto base), sempre sul Nilo Azzurro e impiegata soprattutto per fini di irrigazione, mentre nel 2009 è stata completata la diga di Merowe, nel nord del paese. Un progetto che ha comportato numerose violazioni dei diritti umani, a partire dalla cacciata con la forza di buona parte dei 50mila sfollati a causa della diga, con la repressione violenta di ogni forma di dissenso. Il governo di Khartoum non si è fatto scrupoli a riempire l’invaso nonostante alcune persone si rifiutassero di abbandonare le loro case, mentre i numerosi casi di omicidi degli oppositori, nel 2007, hanno indotto esponenti dell’Onu a chiedere la sospensione dei lavori. Su questo caso è anche aperta un’investigazione della procura di Francoforte sulla società tedesca Lahmeyer, accusata dall’associazione di avvocati tedeschi per i diritti umani ECCHR di aver violato il diritto alla proprietà e alla sicurezza alimentare delle comunità che hanno visto le loro case sommerse dall’acqua senza preavviso.

Nonostante le pressioni internazionali di questa e altre organizzazioni non governative (ong), le autorità sudanesi sono molto determinate a realizzare un altro impianto idroelettrico a Kajbar, più a nord rispetto a Merowe. Un’opera che distruggerebbe un importante sito archeologico, dove si trovano importanti testimonianze del periodo neolitico.

Spostandosi più a sud, sul tratto di Nilo Bianco ugandese, troviamo una delle primissime centrali dell’Africa, realizzata ai tempi della dominazione britannica negli anni Cinquanta: la diga delle cascate di Owen, ora conosciuta con il nome di Nalubaale. Dopo i lavori di espansione condotti negli anni Novanta, che hanno portato alla costruzione di un altro adiacente impianto – quello di Kiira – oggi entrambe le centrali lavorano a scartamento ridotto, producendo appena il 30% dell’energia prevista, a causa della sensibile diminuzione del livello d’acqua del lago Vittoria, da cui ha origine il Nilo Bianco.

Ma le mitiche sorgenti del fiume sembrano condannate a una continua devastazione. Pochi chilometri più a valle troviamo un’altra struttura che è ancora oggi oggetto dell’opposizione delle comunità locali e delle organizzazioni ambientaliste.

La diga di Bujagali è situata presso le omonime rapide in una zona di enorme pregio naturalistico e valore spirituale per le comunità locali, ha una storia ultra-decennale punteggiata da ritardi, casi di corruzione, cambi di programma in corsa e soprattutto critiche molto pesanti.

Dopo una prima fase di lavori interrotta nel 2003 con il ritiro del finanziamento della Bm – allorché venne alla luce la storia di mazzette versate dalla statunitense Aes, allora la più grande compagnia energetica indipendente – Bujagali rischiò di non vedere mai la luce. Ma già nel 2006 il governo di Yoweri Museveni tornò alla carica e la creazione di un nuovo consorzio costruttore, capeggiato dall’onnipresente Salini, trovò subito il sostegno dei soliti noti: Bm, Banca europea per gli investimenti, la Bas e un nutrito gruppo di agenzie di credito all’export del Vecchio Continente, oltre alla partecipazione diretta di Blackstone, una delle più importanti società di gestione di fondi di private equity.

 

Le preoccupazioni delle realtà della società civile locale e internazionale si sono sempre incentrate sui danni ambientali – le meravigliose cascate di Bujagali sono già sparite per sempre lo scorso novembre – e sulla fattibilità economica del progetto. Un’opera costosa già da principio, ma che negli anni ha di molto sforato le previsioni iniziali, passando da 790 milioni di dollari a oltre un miliardo.

In teoria, i primi 50 megawatt dei 250 complessivi che Bujagali si troverebbe a produrre a pieno regime dovevano essere riversati nella rete nazionale al più tardi nel dicembre 2011. Ma nemmeno l’unica delle cinque turbine previste dal progetto originario finora assemblate è ancora del tutto attiva. Le fonti governative riferiscono di un iniziale contributo di cinque megawatt alla rete ugandese (spesso penalizzata da malfunzionamenti), tuttavia in base a quanto riportato dal giornale britannico Observer anche il flusso di energia prodotta avrebbe delle “pause” di una certa consistenza.

Nel frattempo l’ex ministro dell’energia Hillary Onek, ha affermato che Bujagali potrà, al massimo, generare 220 megawatt e solo per tre ore al giorno. Il ministro ha confermato, di fatto, tutte le perplessità dei detrattori del progetto, che proponevano di investire le ingenti risorse economiche destinate alla diga nelle varie opportunità offerte dalle fonti energetiche alternative (piccoli impianti idroelettrici e solare in primis).

Tali dubbi erano stati confermati ormai quasi dieci anni fa, ma anche nel 2008, dall’organo ispettivo indipendente della Banca mondiale, istituzione che, però, è tornata a erogare denaro per Bujagali insieme alla banca di sviluppo dell’Ue. Proprio la Banca europea per gli investimenti (Bei) già nel settembre del 2010 avrebbe dovuto rispondere a una serie di quesiti posti da associazioni ugandesi e internazionali. L’organo ispettivo interno alla Bei ha impiegato tre anni per rispondere al ricorso, durante i quali la banca ha continuato come nulla fosse a sborsare i soldi accordati al progetto. Infine, pur riconoscendo la fondatezza di molte critiche sollevate dalle associazioni, non ha indicato nessuna misura chiara di mitigazione, risarcimento o correttiva dell’operato della banca. Per protestare su come è stato gestito il ricorso le associazioni si sono rivolte all’Ombudsman che ha recentemente aperto un’indagine ufficiale sull’operato della banca.

Ma, nonostante i tentativi delle comunità locali e delle associazioni di resistere alla sua ulteriore cementificazione, l’ecosistema e le culture delle popolazioni che vivono lungo il fiume più lungo del mondo rischiano di scomparire per sempre nel giro di qualche decennio.