CENTRAFRICA, UNA NAZIONE SOTTO SEQUESTRO – DOSSIER LUGLIO-AGOSTO 2018

Ancora tutto da immaginare un nuovo equilibrio sociale, così come un ripristino della convivenza tra le comunità cristiana e musulmana. Prevalgono le emergenze e la pressione delle milizie. Ma c’è chi, come il centro don Bosco, lavora per il domani.

Tra il 2013 e il 2015 a Bangui si assisteva quotidianamente a esecuzioni sommarie, torture e stupri. Oggi, per le strade della capitale, i timori di nuovi eccidi si fanno sempre più concreti per la massiccia presenza di milizie Seleka e anti-balaka. La comunità cristiana e quella musulmana, disilluse dalle promesse di pace del presidente Touadéra, sopportano a malapena la presenza della missione Onu, le cui truppe hanno il grilletto troppo facile durante le manifestazioni popolari di malcontento.

«Una mattina in questo pozzo abbiamo trovato dei corpi in decomposizione. Erano quelli di una mamma e del suo bambino. Non oso immaginare cosa abbiano fatto a quei due prima di buttarli lì dentro. Abbiamo chiamato la polizia che però non si è mai presentata, e così abbiamo provveduto noi al recupero e alla sepoltura dei corpi. Nel 2013 moltissima gente è stata uccisa e buttata nei pozzi». Episodi come quello raccontato da Saint-Regis, 22 anni, abitante del quartiere PK5 di Bangui, erano all’ordine del giorno appena scoppiato il conflitto.

Il PK5 è una delle zone più popolose della capitale ed è abitato soprattutto da musulmani. Qui si trova il grand marché, fulcro della vita commerciale di Bangui. Il PK5 è disseminato di macerie perché è stato uno dei principali teatri degli scontri tra Seleka e anti-balaka e ancora oggi basta un’occhiata di troppo, una parola fuori posto, un diverbio per far scorrere del sangue.

«Minusca – urla in preda alla collera, attorniato da una ventina di persone, Atie – se n’è lavata le mani e continua a farlo». L’uomo, 44 anni, commerciante di stoffe, mostra sul suo smartphone dei video terribili: «Intere famiglie di musulmani sono state sbudellate, carbonizzate e fatte a pezzi coi machete. Guardate qui: un anti-balaka mangia la mano di un musulmano mentre una pattuglia dell’Onu passa a pochi metri».

Alla fine della preghiera del tramonto, alla grande moschea del PK5, il grande imam di Bangui, Hamat Tidjanie, saluta uno ad uno tutti i suoi fedeli con un’energica stretta di mano, rassicurandoli che presto torneranno a vivere in pace. «Inshallah» (Se Dio vuole), la risposta che riceve da ognuno di loro. «I nostri rapporti con le altre comunità religiose – afferma non troppo convinto – sono buoni. Comunico con gli esponenti cattolici e protestanti non direttamente, ma attraverso miei canali. Ci sono stati orrendi soprusi, da una parte e dall’altra, ma oggi la situazione è sotto controllo».

Diventare ex miliziani

Sarà. Ma intanto bambini giocano a “Seleka e anti-balaka” impugnando pezzi di legno come fossero dei machete. Migliaia di giovani e giovanissimi, senza istruzione e senza lavoro, hanno preso le armi entrando a far parte delle milizie e macchiandosi dei peggiori crimini. Alcuni di loro, cattolici, hanno però trovato…

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Nella foto: Abacar Fatimé denuncia al Coordinamento delle organizzazioni musulmane del Centrafrica l’uccisione dei due fratelli minori per mano di milizia anti-balaka