È il sequel di un libro uscito nel 2014, Donne che vorresti conoscere. In questo volume Emanuela Zuccalà propone testimonianze di donne di tutti i continenti, concentrandosi tuttavia in modo particolare sull’Africa.

Non a caso anche l’assai bella foto riportata sulla copertina – opera di Valeria Strilatti, fotografa che spesso lavora in tandem con Zuccalà – è stata scattata nel Borno (nord-est della Nigeria). Mostra un gruppo tutto femminile che avanza apparentemente imperturbabile nel pieno di una tempesta di sabbia. Il filo rosso che unisce le protagoniste di queste storie è l’impegno determinato a cambiare il corso di vite apparentemente già tracciate.

Flaviour Nhawu, per esempio, è un’infermiera dello Zimbabwe, laureata anche in management sanitario, che Zuccalà incontra in Sierra Leone. Nhawu si occupa delle donne in gravidanza. In un distretto in cui la mortalità materna è particolarmente alta (e la Sierra Leone è uno dei paesi al mondo che ha in assoluto la mortalità materna più alta), è riuscita a incanalare le scarse risorse pubbliche disponibili mettendo in piedi un sistema efficiente di trasporto in emergenza.

«Quando l’ho intervistata era lei stessa incinta e con il suo pancione di 5 mesi saliva e scendeva dalle barche, principale mezzo di trasporto in quella zona, per portare assistenza ad altre donne in gravidanza». «Flaviour ha combattuto con la famiglia per studiare e, come compromesso, si è dovuta sposare presto», racconta l’autrice.

«Dopo otto anni di matrimonio non aveva ancora avuto figli e tutti attribuivano a lei la “colpa” della sterilità. Dopo avere sopportato molte umiliazioni, ha deciso di divorziare, ancora una volta contro la volontà della famiglia, e ha lasciato il paese».

La Sierra Leone, in piena epidemia di Ebola, aveva bisogno di supporto sanitario e lei è andata lì a incominciare una nuova vita. Ha anche trovato un fidanzato ed è rimasta incinta. Ha detto a Zuccalà: «Quindi non ero io a essere sterile. La bambina che sta arrivando mi ripaga di tutto quello che ho subìto».

Un’altra “guerra” di grande portata è la “rivoluzione del sapone” intrapresa da Solange N’Guessan in Costa d’Avorio, nella zona di san Pedro. Qui questa donna-manager, passata attraverso un encomiabile percorso di studi in patria e all’estero, presiedeva una serie di cooperative di produttori del cacao. Le mogli di questi produttori, nei giorni di riposo si dedicavano alla saponificazione degli scarti dei gusci delle fave di cacao.

Seguendo una particolare e faticosa procedura, trattavano le cabosse giallo-viola trasformandole in saponette. Da brava manager N’Guessan ha pensato che potesse essere il caso di meccanicizzare alcuni passaggi e trasformare questa attività in un business. Pensato e fatto.

Grazie anche a un’azienda italiana – la Zaini che produce da decenni a Milano un famoso cioccolato – ha dato vita a una cooperativa, che ha cominciato presto a macinare utili. Le donne oggi hanno un loro reddito e sono guardate con più attenzione e rispetto da tutta la comunità.

Tre storie riguardano, da prospettive diverse, le mutilazioni genitali, tema di cui Zuccalà si è occupata con sistematicità in questi anni. Ci sono testimonianza dalla diaspora e dai campi profughi. Un affresco variegato in cui le donne africane, troppo spesso presentate come vittime e portatrici di problemi, si mostrano nella loro capacità di trovare soluzioni, valide nel contesto in cui si trovano ma che potrebbero anche essere esportate.

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