Editoriale settembre 2015

La soluzione più semplice e radicale che pare offrire la realtà non sempre si rivela, alla prova dei fatti, quella più adatta a sanare le ferite della storia.

L’Africa offre esempi evidenti in questo senso. Prendiamo il Sud Sudan, il più giovane e catastrofico stato del continente. L’indipendenza strappata a Khartoum (9 luglio 2011) era stata raccontata – e vissuta – come la giusta liberazione dall’oppressore nordista. Il risultato di una guerra durata decenni e di un referendum, svolto nel gennaio del 2011, in cui il 99% della popolazione, a maggioranza cristiana e animista, aveva votato per la separazione dal nord musulmano.

Oggi quella scelta si sta rivelando un fallimento. La pace è durata un soffio. Nel dicembre del 2013 è esplosa una nuova guerra civile. Da allora si stima che siano morte almeno 50mila persone; quasi 2 milioni i sudsudanesi costretti a scappare dalle loro case; centinaia di migliaia quelli che affollano i campi profughi di paesi confinanti, come l’Etiopia, il Kenya, l’Uganda e, paradosso dei paradossi, quel Sudan combattuto per oltre 40 anni. Città come Bor, Ayod, Malakal e Bentiu interamente distrutte. Non solo. Ma le ultime due hanno visto avvicendarsi al potere ribelli e legalisti almeno 12 volte. Guerra e soprusi invisibili al mondo, non essendoci immagini che li raccontano.

Pur consapevoli, come ci ricorda Borges, che la lotteria è parte principale della realtà, la domanda ce la poniamo ugualmente: era evitabile tutta questa sofferenza? Prima del referendum, frutto dell’Accordo globale di pace (Agp) firmato da Khartoum e Juba nel 2005, in molti si mostrarono perplessi. Problemi etnici, di confini, economici, di qualità della classe dirigente, di mancanza di preparazione e di informazione della gente … consigliavano alcuni a suggerire altri percorsi politici.

Lo stesso John Garang – icona eroica, anche se controversa, per milioni di sudsudanesi, morto in un incidente aereo pochi mesi dopo la firma dell’Agp – sognava un nuovo Sudan, più che la secessione. Preconizzava un paese, democratizzato, in cui tutti godessero degli stessi diritti e opportunità. Soluzione che avrebbe avuto effetti a cascata anche sugli equilibri della regione e, in particolare, di alcuni paesi confinanti, come Ciad e Libia. Una visione lucida e di lungo respiro. Ignorata dopo la sua morte. Si è preferita la secessione, sponsorizzata dall’esterno (Washington in testa) e da istituzioni locali come la Chiesa, facendo leva sull’entusiasmo popolare. Ma ignorando (o facendo finta di ignorare) l’inadeguatezza della classe politica sudsudanese e l’assenza di un progetto politico post referendum.

Oggi se ne pagano le conseguenze. E si lega la tragedia al conflitto tra i due politici più in vista: il presidente Salva Kiir e l’ex vicepresidente Riek Machar, rappresentanti dei due più importanti gruppi etnici, i denka e i nuer. Due leader incapaci di trovare un’intesa su come condividere il potere. Numerosi gli accordi di pace e le tregue firmati e poi traditi. Ma sul banco dei responsabili c’è un’intera classe politica/militare sclerotizzata al potere ed endemicamente corrotta.

Già prima del 2011 un rapporto confidenziale di un gruppo di revisori di bilancio aveva rivelato che miliardi di petrodollari sudsudanesi, che dovevano finire nel bilancio statale, erano stati dirottati su conti bancari a Ginevra. E dopo l’indipendenza, i fondi rubati si sono quadruplicati. Il Sud Sudan abbonda di ricchezza da sottrarre: oltre al petrolio, minerali preziosi, legname tropicale e terreni fertili che potrebbero produrre raccolti sufficienti a sfamare mezzo continente africano. Ora, invece, con la produzione e i prezzi del petrolio crollati, con il costo della vita schizzato alle stelle e con l’effetto combinato di guerra e collasso economico, Juba è sull’orlo del baratro. Nell’incapacità delle istituzioni africane (Ua e Igad in testa) di trovare una soluzione praticabile e non solo bella sulla carta.

Assenza di strategie e di visione che si ritrova, con un azzardato parallelo, anche in Libia. Si è abbattuto (noi occidentali) un regime dittatoriale senza minimamente prevedere (nella migliore delle ipotesi) che cosa sarebbe successo dopo. Ovvero, il caos: tre governi (a Bengasi, Tripoli e Tobruk); un califfato autoproclamato; “tribù” che non rinunciano al controllo dei loro territori. E oggi si riparla di un possibile intervento armato occidentale (guidato dall’Italia?) sul terreno. L’ennesima ipotesi catastrofica e miope. Ignorando altre soluzioni. Più strutturali. Economiche, ad esempio.

I conflitti quotidiani che scoppiano in Libia richiedono continui rifornimenti di armi e mezzi adeguati, comprati a caro prezzo al mercato nero. Mercato che richiede molto denaro. Che arriva nelle casse dei contendenti grazie all’esportazione di petrolio e gas. Che succederebbe se si azzerasse temporaneamente la produzione? Se si evitasse che una massa di denaro continui a entrare nella disponibilità della Banca nazionale libica, che poi la ridistribuisce in parti eque sia ai rappresentanti del governo di Tobruk (legittimo per molti paesi occidentali) sia a quello di Tripoli? Potrebbe rivelarsi una seria pressione sui vari fronti interni, affinché poi i loro rappresentanti si ritrovino più bendisposti al dialogo quando si siedono al tavolo delle trattative.

Certo, di fronte a eventi così enormi come i conflitti in Sud Sudan e Libia, le soluzioni, anche le migliori, appaiono spesso minuscole. Ma quel che si avverte dietro queste storie, è il vuoto di analisi a lungo respiro, strategiche; l’incapacità di vedere oltre il proprio avido e immediato interesse; l’amarezza di comprendere come i fatti contino poco: decide sempre la narrazione dei decisori esterni al continente e dei regimi africani; l’indifferenza per il dramma di chi, queste scelte, le deve solo e sempre subire.

Nella foto in alto due donne sud sudanesi. (Fonte: Luigi Baldelli / Echophotojournalism)