ALTRE AFRICHE – DIARIO DI VIAGGIO: MABONENG 1
Davide Maggiore

Il negozio è ancora lì, all’angolo di Commissioner e Albrecht Street, ma nella vetrina non campeggiano più le stoffe viola, gialle, arancioni e azzurre che la proprietaria, quattro anni fa, faceva arrivare fin dalla Nigeria. Ora sul bancone e negli espositori ci sono capi diversi: un vestito rosso vagamente orientaleggiante, una giacca avana di taglio antiquato, una coppola bianca. Fuori, su una lavagna, la scritta “abiti vintage”.

Poco più in là, oltre il container verde acqua del ristorante greco “Soul Suvlaki” e i suoi tavolini all’aperto, un fruttivendolo espone mele, banane, arance, avocado, rigorosamente bio. E la barista del chiosco che vende cornetti, muffin e fette di torta non è da meno, assicurando che tutto è fatto con latte di soia. Potrebbe essere un quartiere alla moda di New York, San Francisco o Londra, ma è Johannesburg. Siamo a Jeppestown, o meglio MABONENG, avvertono le maiuscole di metallo sospese tra due pali sopra un’altra delle strade perpendicolari alla Commissioner.

Maboneng (‘il posto delle luci’ in lingua sotho) è un nome inventato, intorno al 2009, dalla compagnia privata Propertuity, che aveva acquistato alcuni edifici a Jeppestown, nella parte est della città, per farne un punto di riferimento per creativi, imprenditori e – recitava lo slogan – chi cercava “un luogo da chiamare con orgoglio casa”. E ancora oggi, il giallo e il nero di Propertuity pubblicizzano progetti innovativi – e costosi –  come Hallmark House, avveniristico residence opera dell’archistar britannico-ghanese David Adjaye, con tanto di jazz club al piano terra.

«In meno di 10 anni, Maboneng è cresciuta a tassi record» ammette Melissa Myambo. Ma per lei, sociologa e ricercatrice delle Università del Witwatersrand e di New York, non è positivo. «Se si permette solo alle leggi del mercato di determinare chi può abitare in un certo posto – spiega – si finisce con lo sradicare sempre di più chi era già senza radici». Quella degli spazi in cui vivere, in Sudafrica, è una questione carica di storia e politica: la segregazione razziale imposta fino ai primi anni ‘90 dal regime di minoranza bianco, lascia ancora tracce nella struttura delle città. Cicatrici con cui non sempre i progetti urbanistici fanno i conti.

Oggi, a Maboneng, Brandon e Kristien, fotografo e modella bianchi che dicono di averlo scelto come set perché «è davvero autentico» condividono lo spazio e l’entusiasmo con Andisiwe, nera, che ha scelto questa zona per una gita del sabato mattina. Ma la disuguaglianza prende altre vesti. «Jeppestown – continua Melissa Myambo – era una delle poche aree vicine al centro in cui i più poveri avevano trovato spazio dopo che i bianchi le avevano abbandonate». Ma ora la tendenza si sta invertendo: il tenore di vita di Maboneng non è per tutti e a sottolinearlo ci sono  le auto delle compagnie di vigilanza private, discrete ma visibili agli incroci. E a poche centinaia di metri dalle strade della movida, è impossibile non notare la mole della stazione di polizia di Jeppe.

Ma per molti meno abbienti ‘il posto delle luci’ resta un punto di riferimento. Poco distante da un negozio di dischi di jazz africano, dove il ‘nuovo’ Maboneng inizia a fondersi con la ‘vecchia’ Jeppestown, quattro o cinque uomini malvestiti consegnano rottami a un ferrovecchio. Riciclati, rimodellati e colorati, finiranno probabilmente su una delle bancarelle di souvenir allestite per i turisti da persone come Phil, migrante del Malawi. Alcune accettano persino la carta di credito.

Foto: ingresso al quartiere di Maboneng (Davide Maggiore)