PAROLE DEL SUD – gennaio 2010
Giampietro Baresi

Sono a bordo dell’aereo che mi sta riportando in Brasile, dopo un breve periodo di vacanza in Italia. Calcolando gli anni trascorsi nelle due nazioni, devo dire che la mia vita è metà Italia e metà Brasile. Non saprei dire se questa percentuale segna anche la mia esistenza, cioè la mia sensibilità, i miei valori, la mia maniera di vedere e giudicare le cose. Se quello che insegna Sigmund Freud è vero, allora non c’è dubbio che gli anni passati in Italia continuano a essere i più decisivi. Altri però pensano che i più decisivi sono gli anni vissuti a livello di coscienza. Personalmente, concordo con il padre della psicanalisi.

Ad ogni modo, non è questo il tipo di pensieri che mi sta occupando la mente durante questa lunga notte di dormiveglia. Sul filo delle ore che passano, mentre mi allontano dall’Italia e mi avvicino al Brasile, la mia mente, semispenta, va tessendo una fragile trama in cui appendo memorie, impressioni e sentimenti, sempre nel confronto della realtà delle mie due patrie.

Sto lasciando alle spalle un popolo sempre in frenetica ricerca di sicurezza, nella indiscutibile convinzione che la felicità si costruisce chiudendo tutti i varchi esposti a qualche pericolo. In Italia, non ho respirato un’atmosfera di felicità. Ho sentito di più l’aria pesante delle mille ansie e paure, che un certo benessere può fare un po’ dimenticare ma non riesce a esorcizzare. Purtroppo, neppure il messaggio cristiano sembra riuscirci.

Mi è rimasta l’impressione che, per la gente comune, la presenza della chiesa, sempre intesa come gerarchia e, più specificamente, come Vaticano, è vista più come litigante per sacre ragioni corporative che militante per cause popolari.

Ma ho anche constatato – con gioia e anche con una certa sorpresa – che nel campo rappresentato dal popolo di Dio, lo Spirito Santo sparge abbondanti sementi di fedeltà al Vangelo dei poveri. Lontano dai fari mediatici sociali e ecclesiali, mi è parso di scorgere abbondanti germogli d’inquietudine, d’interrogativi e di creatività.

Tra poche ore, m’incontrerò di nuovo con un popolo che, secondo recenti statistiche, è il più felice del mondo. Non nego che i brasiliani hanno una particolare vocazione innata alla felicità e che basta una scintilla perché dal loro Dna sprizzino fiamme. Ma fotografare alcune di queste esplosioni, con il carnevale al primo posto, non comprova le statistiche. A meno che il quoziente di felicità degli altri paesi del mondo sia a livelli spaventosamente bassi.

Le statistiche casalinghe, riportate da una brochure di bordo, riconoscono che il livello della violenza è molto alto. Ma se la cavano sbrigativamente, spiegando che è solo colpa del traffico della droga. Una fotografia aerea della situazione.

Il capitano del velivolo invita ad allacciare le cinture, perché stiamo entrando in una zona di turbolenza. Automaticamente, anche la mia testa obbedisce e tenta di allacciare i miei sparsi pensieri. Tentativo non coronato da successo. La fotografia delle cose sbiadisce. I paragoni ondeggiano. Le conclusioni si annebbiano e aumentano le riserve su statistiche e verdetti presuntuosi.

L’avvertenza interiore del pericolo di una informazione aerea pressapochista diventa sempre più forte. Verrebbe voglia di rinunciare alla pretesa di essere una delle tante antenne del paese-continente – perché il paese Brasile è davvero un continente – in dialogo con altre antenne del mondo.

Finalmente, il mio lungo volo termina. I piedi, che calpestano nuovamente la terra brasiliana, fanno atterrare anche la testa. Forse vale la pena tentare di comunicare tra di noi. Facendo il possibile per evitare i pericoli dell’informazione aerea.

Ci voglio solo provare. Aspettando eventuali segnali di ritorno dei lettori di Nigrizia.