Oggi parliamo del rapporto di Amnesty international sulla pena di morte nel mondo, del massacro di 31 civili disarmati avvenuto a Djibo in Burkina Faso e dell’apertura di un’inchiesta giudiziaria nei confronti del premier maltese Robert Abela.

Rapporto Amnesty sulla pena di morte

Cala nel mondo il ricorso alla pena di morte: dalle 690 del 2018 a 657 del 2019. L’anno scorso le esecuzioni hanno registrato il minimo storico degli ultimi 10 anni. Tuttavia, Arabia Saudita, Iraq, Sud Sudan e Yemen sono in drammatica controtendenza, con un aumento delle esecuzioni. È quanto emerge dal rapporto globale sulla pena di morte pubblicato da Amnesty International.

Le esecuzioni sono state praticate in 20 paesi e concentrate in 5: Cina, Iran, Arabia Saudita, Iraq ed Egitto. In quest’ultimo sono state 32. Per quanto riguarda l’area subsahariana, Amnesty ha registrato un lieve aumento delle pene capitali, passate da 24 del 2018 a 25. Il numero di esecuzioni è diminuito in Botswana (1), in Somalia (12) e in Sudan (1). Tuttavia, nel Sud Sudan le esecuzioni sono aumentate del 57%, passando dalle 7 del 2018 alle 11 del 2019.

Per quanto riguarda le sentenze capitali confermate nella regione, si è registrato un aumento del 53%, dalle 212 del 2018 alle 325 del 2019. La notizia positiva tuttavia è che azioni concrete o dichiarazioni che potrebbero portare all’abolizione della pena capitale si sono avute in Gambia, Guinea Equatoriale, Kenya, Repubblica Centrafricana e Zimbabwe.

Burkina Faso, il massacro di Djibo 

Sono cinque anni ormai che il Burkina Faso è oggetto di ripetuti attacchi jihadisti. Le forze di polizia nazionale reagiscono violentemente, a volte sbagliando completamente bersaglio. È quanto l’organizzazione di difesa dei diritti umani Human Rights Watch denuncia. L’ultimo caso è il massacro, il 9 aprile, operato da decine di uomini della sicurezza, di 31 abitanti assolutamente disarmati della città di Djibo, 20 mila abitanti, 200 km a nord di Ouaga, la capitale. Parodia brutale di lotta al jihadismo.

Una scena terrificante quella che si è rivelata ai testimoni. Le organizzazioni della società civile burkinabè hanno più volte denunciato le violenze delle forze di sicurezza contro la popolazione inerme. Sarebbero centinaia le persone uccise col pretesto della lotta contro il jihadismo. Human Rights Watch chiede alla giustizia militare di intervenire immediatamente, aprendo un’inchiesta imparziale e punire i colpevoli chiunque essi siano. L’impunità permette che questi casi si ripetano.  

Che le forze dell’ordine burkinabè, nonostante gli annunci trionfalisti, non arrivino a porre un termine agli attacchi jihadisti, non giustifica assolutamente che si sfoghino contro una popolazione inerme.

Indagato il premier maltese

È indagato per i 12 profughi morti nel gommone della “strage di Pasquetta”, il premier maltese Robert Abela. Insieme al comandante delle forze armate e a suoi dieci uomini. La notizia, diffusa dal quotidiano Avvenire oggi, fa riferimento a una denuncia presentata dal movimento Repubblika al tribunale della Valletta. Due gli esposti contro il primo ministro: omissione criminale di soccorso e conseguente morte dei profughi.

Dei 12 deceduti, 7 sono a tutt’oggi dispersi e 5 sarebbero morti per disidratazione e fame. Se le cause del decesso di questi ultimi fossero confermate, l’imputazione a carico di Abela potrebbe essere omicidio in concorso per mancato soccorso del natante di cui era stata data segnalazione, con la diffusione di un audio in cui si richiedeva aiuto, da Alarm Phone.

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