Oggi parliamo del generale Khalifa Haftar autoproclamatosi capo della Libia, di violenze diffuse contro le popolazioni con il pretesto del coronavirus e del ritiro del Benin dalla Corte africana dei Diritti dell’uomo e dei popoli

Il generale Khalifa Haftar autoproclamato capo della Libia

In una dichiarazione televisiva di ieri sera ha detto di «accettare il mandato del popolo libico per occuparsi del paese». Il 76enne uomo forte della Cirenaica ha nuovamente dichiarato non valido l’accordo di Skhirat che nel 2015 stabilì la creazione di un governo di accordo nazionale con sede a Tripoli e guidato da Fayez al-Serraj. Una mossa strategica, oppure dettata dalla convinzione di non avere più niente da perdere? Nel frattempo, la situazione dei migranti nel paese è disperata. Lo ha annunciato ieri l’Unhcr in audizione al parlamento europeo. In Libia si trovano attualmente 650mila stranieri, di cui oltre 48mila richiedenti asilo registrati dall’Onu. Inoltre ci sono più di 370mila libici sfollati internamente, e 450mila tornati in patria di recente. E i centri di detenzione non possono più accogliere persone.

Pretesto coronavirus: violenze di polizia sulle popolazioni

L’Ufficio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha lanciato un monito ai governi contro l’uso dei poteri di emergenza come arma per reprimere il dissenso durante la pandemia di Covid-19. “La minaccia è il virus, non la gente… Sparare, trattenere o abusare delle persone per aver infranto il coprifuoco mentre sono alla disperata ricerca di cibo è inaccettabile e illegale” ha detto la commissaria ONU per i diritti umani Michelle Bachelet, rivolgendosi in particolare a Sudafrica, Kenya, Uganda e Rwanda. L’UNHCR ha dichiarato che oltre 17.000 sudafricani sono stati arrestati a seguito delle restrizioni per Covid-19, mentre in Kenya 27 organizzazioni per i diritti umani hanno scritto una lettera aperta al governo chiedendo che smetta di punire con violenza i trasgressori del coprifuoco.

Il Benin esce dalla Corte africana dei Diritti dell’uomo

Il governo del Benin giudica che la Corte africana dei diritti dell’uomo e dei popoli si sia intromessa negli affari interni del paese e perciò ha deciso di ritirarsi dal protocollo che riconosce la Corte. Questo organismo, con sede ad Arusha (Tanzania), è un punto di riferimento delle organizzazioni della società civile che ritengono siano stati violati dei diritti fondamentali. Il governo del presidente Patrice Talon, eletto nel 2016, ritiene che la Corte sia uscita dal suo campo di competenza, avendo ordinato la sospensione delle elezioni amministrative previste per il 17 maggio. I partiti di opposizione e le organizzazioni della società civile accusano il governo di essere in balia di una “deriva dittatoriale”. Prima del Benin, anche Rwanda e Tanzania avevano ritirato il proprio sostegno alla Corte africana dei diritti dell’uomo e dei popoli.