Oggi parliamo della presenza di combattenti siriani in Libia, del crollo di una miniera in Liberia e dell’uccisione di un giornalista in Somalia.

Somalia, un altro giornalista ucciso a Mogadiscio

Le organizzazioni dei media in Somalia hanno condannato fermamente l’omicidio di un giornalista televisivo, avvenuto lunedì sera a Mogadiscio. Kalsan Said Yussuf è stato pugnalato più volte dopo aver tentato di separare due persone che stavano litigando. L’aggressore è stato arrestato mentre cercava di fuggire.

L’omicidio fa da sfondo alle crescenti minacce nei confronti dei media da parte del governo somalo, afferma una dichiarazione della Federazione dei giornalisti somali, secondo cui nell’ultimo anno sono stati uccisi 4 reporter, circa 50 sono stati torturati o molestati fisicamente e dozzine sono stati arrestati arbitrariamente. Le minacce ai giornalisti sono aumentate in concomitanza con l’applicazione delle misure di contenimento del Covid-19.

Liberia: tragedia in miniera

Almeno 50 persone sono morte ieri in Liberia a causa del crollo di una miniera di diamanti nella città di Masakpa, vicino al confine con la Sierra Leone. Sono morte intrappolate dopo il crollo di una galleria che avevano scavato. Lo hanno annunciato le autorità locali. I soccorritori sono alla ricerca di possibili sopravvissuti perché le operazioni di ricerca sono ancora in corso.

La contea di Grand Cape Mount è ricca di minerali, tra cui ferro, diamanti e oro, ma la regione è  tra le più economicamente inattive e sottosviluppate della Liberia. Nella stessa area nel 1982 centinaia di persone morirono in seguito a un crollo avvenuto nella miniera di ferro di No-Way Camp.

Sempre più siriani combattono in Libia

L’annuncio arriva dall’Osservatorio siriano per i diritti umani: centinaia di combattenti siriani sono arrivati negli ultimi giorni a Tripoli, inviati dalla Turchia a sostegno delle milizie del Governo di accordo nazionale del primo ministro Fayez al-Sarraj contro i combattenti del generale Khalifa Haftar. Lo stesso Osservatorio informa che il totale dei combattenti sul campo in Libia, arrivati dalla Siria, ha superato i 7.850 mentre altri 3 mila si starebbero addestrati nei campi gestiti dalla Turchia in attesa di nuove spedizioni.

E Ankara sta attuando pure una guerra psicologica contro Haftar e i suoi alleati. È di ieri l’annuncio su Twitter di Fahrettin Altun, responsabile dell’ufficio per la comunicazione della presidenza turca, in cui chiede a tutti i sostenitori del generale di «rivedere la propria posizione e investire nel governo legittimo di accordo nazionale di al-Sarraj ai fini della pace e della stabilità». Assomiglia molto a un appello alla resa.