Oggi parliamo della crisi politica che sta attraversando la Tunisia, con il partito di maggioranza Ennhada che ha chiesto le dimissioni del premier Fakhfakh; delle manifestazioni represse con violenza in Rd Congo e della sentenza della Consulta italiana che ha bocciato il Decreto sicurezza.

Tunisia: venti di crisi nel governo

Alla crisi economica e sociale in Tunisia si aggiunge ora anche una grave spaccatura all’interno del governo. Abdelkarim Harouni, presidente del Consiglio della shura del partito islamico Ennahda, ha lanciato ieri un appello pubblico al primo ministro, Elyes Fakhfakh, a cambiare la composizione del governo e a dimettersi. Il partito islamico soffre in particolare la coesistenza con il Blocco democratico, coalizione di partiti di sinistra, e chiede da tempo di allargare la maggioranza al partito liberista Qalb Tounes. Ma, soprattutto, imbarazza la posizione del premier accusato di un presunto conflitto di interesse per la sua partecipazione azionaria al gruppo Valis, che si è aggiudicato alcuni appalti ad aprile. È già stato deciso che il parlamento formerà una commissione d’inchiesta sul caso.

Rd Congo: tensioni sulla formazione della Ceni

 Ancora fortissime tensioni nella Repubblica Democratica del Congo. I rapporti di forza nella coalizione al potere scricchiolano sempre di più, dentro e fuori i palazzi. Ieri in una manifestazione a Lubumbashi si sono verificati scontri tra polizia e manifestanti con il bilancio di un morto e 5 feriti. I sostenitori dell’UDPS, il partito del presidente Tshisekedi, manifestavano contro il presidente della CENI, la commissione elettorale indipendente, considerato un “prodotto del sistema” e contro la riforma della giustizia fortemente voluta dall’ex presidente Kabila che ancora tiene in scacco il paese. Scontri anche nelle manifestazioni a Kinshasa con 3 morti e decine di feriti mentre all’est continuano i massacri della popolazione inerme.

Corte Costituzionale: bocciato il Decreto sicurezza  

È irragionevole la norma del Decreto sicurezza che preclude l’iscrizione anagrafica ai richiedenti asilo. La Corte Costituzionale dà ragione ai sindaci che, sin da subito, con Leoluca Orlando in testa, si opposero alla legge. La Corte, in seguito alle questioni di legittimità poste dai tribunali di Milano, Ancona e Salerno, sancisce l’incostituzionalità del Decreto per violazione dell’articolo 3 sotto un duplice profilo: “la norma censurata non agevola il perseguimento delle finalità di controllo del territorio dichiarate dal decreto”; e stabilisce una “irragionevole disparità di trattamento, perché rende ingiustificatamente più difficile ai richiedenti asilo l’accesso ai servizio che devono essere garantiti anche ad essi”. La Consulta cancella così uno dei punti più controversi del primo decreto Salvini.