I COLORI DI EVA – dicembre 2010
Lydia Keklikian *

Mio nonno era un uomo affascinante e misterioso. Almeno così sembrava ai miei occhi, cioè quelli di una bambina di 7 anni.

Era sempre lì, mio nonno, presente e attivo. Si occupava del negozio di famiglia, quel negozio che aveva costruito su un terreno comprato con fatica e lavoro duro.

Nel negozio del nonno si vendeva tutto ciò che serviva a una madre di famiglia o a una nonna per confezionare abiti, cucire tende e copridivani, oppure rammendare e riparare giacche, gonne e pantaloni.

Mio nonno conosceva bene la città e i suoi abitanti. Prima di costruire il negozio e la casa, aveva girato per le strade a vendere stoffe varie, caricate sulla groppa di un asino, suo compagno fedele di giornate lunghe e faticose. Io non ho mai visto l’asino di mio nonno, ma mi sembra di conoscerlo bene, anche perché ha accompagnato mio nonno per tanti anni.

Tutti gli abitanti della città avevano fiducia in lui. Quando venivano a fare compere, si facevano consigliare sulla stoffa adatta e sul colore giusto per poter realizzare il sogno di una bambina per un abito per le feste o per decorare la casa di una sposa, con le tende più belle per un nuovo nido d’amore.

Le persone che più colpivano la mia fantasia di bambina erano due anziane signore che si fermavano sempre a bere un caffè e s’intrattenevano con il nonno e la nonna a ricordare storie vecchie, luoghi e persone che non conoscevo e non riuscivo nemmeno a indovinare dove potessero essere. Eppure, mi sembravano familiari e m’incuriosivano al punto che avrei voluto visitarli assieme al nonno. E allora facevo tante domande al nonno. Volevo capire. Lui alludeva… e tagliava corto, con la scusa di un cliente appena entrato nel negozio, o mi diceva: «Non sono discorsi per bambini. Sei troppo piccola per capire».

Spesso mi chiamava a sedermi vicino a lui sul divano della sua camera. Voleva che gli tenessi compagnia, specie durante la recita del rosario. Nonno recitava il rosario tutte le sere. «Vieni a sederti qui», mi diceva. E cominciava a pregare. Io avrei preferito andare a giocare con i fratellini, ma amavo troppo mio nonno per deluderlo. E allora mi accomodavo sul divano e ascoltavo le parole che gli uscivano dalla bocca senza capire molto. Sbadigliavo, ma cercavo di soffocare lo sbadiglio perché non vedesse e provasse dispiacere.

Un giorno insistetti talmente nel chiedergli di raccontarmi di quei luoghi di cui non sapevo ripetere neppure il nome che non poté più evadere le mie domande. Mi fece sedere sul divano, vicino a lui, proprio come faceva quando recitava il rosario, e iniziò a raccontare.

«Quei luoghi e quelle persone non ci sono più», disse. «Sono spariti per sempre, annientati dopo una deportazione imposta a donne, vecchi e bambini. Da un giorno all’altro, si sono trovati senza padri, senza madri e senza case. Morti nel deserto. Nel migliore dei casi, sono arrivati profughi in un altro paese».

Mi disse che lui era uno dei bambini sopravvissuti. Era arrivato a Beirut con la madre e la sorella. Senza però il padre, gli zii e altri parenti. «Erano morti nel deserto di Deir El-Zor».

Mio nonno era diventato cieco. Dopo aver perso ogni cosa, sua mamma non aveva i soldi necessari per curare una malattia che aveva colpito i suoi occhi. Nonno cominciò subito a lavorare. Con il tempo, divenne un commerciante di stoffe. «Erano belle e colorate, di cotone o di seta. I clienti ne andavano matti».

Lo ascoltai senza neppure fiatare. Alla fine, mi parve di averlo accompagnato durante il viaggio attraverso il deserto, di aver sofferto con lui la fame, di essere entrato con lui dentro la paura della morte e nella speranza della salvezza, e avevo soggiornato sotto le tende dei profughi armeni di Beirut, immersa nel buio che circondava i suoi occhi.

Le mie lacrime colavano copiose, senza che potessi fermarle. Mi bagnavano il vestito rosso che tanto amavo. Singhiozzavo, anche se cercavo di non farlo.

Nonno si voltò verso di me, mi prese il viso tra le mani e, asciugandomi le lacrime con le dita, mi disse: «Tesoro del nonno, le tue lacrime sono un balsamo per il mio cuore. I tuoi occhi sono le mie perle. Preservali sempre da ogni male. E che Dio mi faccia vedere attraverso di essi tutto ciò che non ho mai potuto vedere».

Da quel giorno cerco di piangere il meno possibile. Ogni volta che mi commuovo e sono lì lì per piangere, penso al nonno e rivedo i suoi occhi che mi guardano, nonostante il buio che li avvolge.