AL-KANTARA – GIUGNO 2018
Mostafa El Ayoubi

La questione del nucleare iraniano è tornata a dominare la scena della politica internazionale. Ha velato le gravi crisi in Siria, Yemen e Libia, paesi devastati da armi giunte da ogni dove che hanno seminato un caos distruttivo e messo in ginocchio il mondo arabo negli ultimi 7 anni. Tale caos ha una logica ben precisa: rimodellare quest’area strategica ricca di risorse e nevralgica dal punto di vista geopolitico. Gli Usa, con l’ausilio dei loro fedelissimi alleati, sono gli artefici di questo piano con l’intento di rafforzare la loro egemonia nella regione e impedire che si affaccino altre potenze.

La Russia e l’Iran sono riusciti a rovinare questo progetto. Non a caso le cancellerie occidentali sono impegnate da diversi anni in una guerra diplomatica e mediatica nei confronti di queste due nazioni, l’Iran in particolare. In questo paese, guidato dagli Ayatollah, vige un regime politico ibrido, un misto tra democrazia rappresentativa e autocrazia, che ha saputo sventare vari tentativi di cambiamento di regime, tra i quali la cosiddetta “rivoluzione colorata” del 2009.

Paradossalmente, il caos ha favorito l’affermazione dell’Iran come una potenza regionale incontrollabile, cosa che preoccupa molto gli Usa e Israele. Quest’ultimo è da molti anni impegnato a convincere il governo americano a intervenire militarmente in Iran. Ma l’accordo sul nucleare siglato nel 2015 tra Teheran e i cinque membri del consiglio di sicurezza Onu più la Germania ha reso difficile un’eventuale guerra contro i persiani. Tuttavia l’establishment israeliano non si è mai perso d’animo. Ed è riuscito a convincere il presidente Trump ad uscire dall’accordo l’8 maggio scorso. Pochi giorni prima il premier israeliano aveva illustrato in mondovisione le “prove” che gli iraniani stanno fabbricando armi nucleari.

Il materiale mostrato da Netanyahu non dimostra nulla. L’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), organo dell’Onu, ha in diverse occasioni affermato che l’Iran sta rispettando le norme del nuclear deal del 2015. L’Iran, tra l’altro, è firmatario del Trattato contro la proliferazione delle armi nucleari e ha dimostrato all’Aiea che le sue centrali nucleari operano per uno scopo unicamente civile. Ma secondo Netanyahu «l’Iran ha mentito».

Perché tutto questo accanimento? Se il problema sono le armi nucleari, è utile rammentare che l’unico paese nel Medioriente che possiede testate nucleari è Israele, che è fuori giurisdizione dell’Aiea perché non ha ratificato il trattato del 1957. Il punto non è la capacità nucleare di Teheran: Tel Aviv ha sempre temuto che l’accordo del 2015 avrebbe consentito agli iraniani di alleggerire il peso delle sanzioni a loro imposte dall’Occidente e di incrementare il loro peso economico e militare in Medioriente (il peso politico è un dato di fatto, come dimostrano le recenti elezioni in Libano e in Iraq, vinte da forze politiche vicine a Teheran).

Israele ha un problema grave da risolvere, la questione palestinese. Teme che un Iran influente possa modificare i rapporti di forza nel Medioriente. Ciò la costringerebbe a rispettare i diritti dei palestinesi sanciti dall’Onu. L’iranofobia di Israele va collocata in questo contesto.

Aiea
Fondata il 29 luglio 1957, ha lo scopo di promuovere l’utilizzo pacifico dell’energia nucleare e di impedirne l’utilizzo per scopi militari. Ha ricevuto il Premio Nobel per la pace nel 2005, insieme a Mohamed al-Baradei, diplomatico egiziano che l’ha diretta dal 1997 al 2009. I paesi membri sono 168, la sede è a Vienna.