Mali 2 / Le radici politiche del conflitto

Il processo di stabilità della nuova democrazia maliana è legato sia al ritorno al voto del paese – per rafforzarne le istituzioni – sia al tipo di accordi che Bamako riuscirà a stringere con il rivendicazionismo tuareg. L’intervento militare è solo una misura securitaria di accompagnamento allo sviluppo della nazione

(…) Cruciale appare, in questo quadro, proprio l’articolata posizione della Francia illustrata senza mezze misure dal ministro per lo sviluppo Pascal Canfin a Bruxelles il 6 febbraio, nel corso della terza riunione del Gruppo di sostegno e di controllo della situazione in Mali. Che ha detto il ministro? Ha illustrato il problema lungo tre piani interrelati, secondo la visione di Parigi.

Il primo è quello oggi sotto i riflettori: militare e securitario. Complesso, abbiamo detto, con linee di definizione ancora aperte. Cosa farà seguito a Serval e quando? La Misma (Missione internazionale di sostegno al Mali) si trasformerà in una operazione di peacekeeping con contingenti africani? Se ne sta discutendo ad Addis Abeba, anche per reperire i finanziamenti, che non saranno lievi: dopotutto, la Francia sta spendendo dai 2 ai 3 milioni di euro al giorno e i suoi contribuenti, pur patriottici, non sono affatto entusiasti.

Ma sembra che il Mali non manifesti grande consenso per questo scenario, preferendo un allungamento della presenza militare francese, ritenuta più efficace militarmente e più “gestibile” da Bamako nell’ottica delle relazioni bilaterali tra i due paesi. D’altronde chi continuerà a confrontarsi militarmente con la galassia terroristica? Le bande dell’Aqmi (Al-Qaida nel Maghreb islamico), Mujao (Movimento per l’unicità del jihad in Africa occidentale), di Ansar Eddine, le schegge di Boko Haram, i gruppuscoli mauritani o di provenienza libica si stanno assembrando nei ridotti montuosi del massiccio Adrar degli Ifoghas, nel nordest del Mali. Probabilmente occorrerà braccarli sul terreno, roba da forze speciali piuttosto che da missione Onu, e in ogni caso si tratterà di mettere in piedi un cordone di sicurezza transfrontaliero che, riesumando e rivitalizzando il Cemoc (Comitato degli stati maggiori operativi congiunti), coinvolga tutti i paesi confinanti e prossimali, per evitare i contraccolpi di queste schegge armate. Del resto, questi si stanno già manifestando in Algeria prima con l’attentato a In Amenas e qualche settimana dopo con l’assalto in forze alla caserma di Khenchela.

Quale potrà essere in tutto questo il ruolo dei tuareg, e in particolare dell’ala armata dell’Mnla, che conosce il terreno e le tecniche di combattimento appropriate, è tutto da vedere. E certo, l’esito dipenderà da negoziati che non potranno essere solo militari ma dovranno necessariamente svolgersi anche e soprattutto sul piano politico.

La guerra dei berretti

E per l’appunto, il secondo aspetto affrontato da Canfin è squisitamente politico e presenta a sua volta due punti salienti. Uno riguarda la messa in moto del processo elettorale e la normalizzazione istituzionale del Mali. Che, non dimentichiamolo, è retto ancora da precarie autorità della “transizione”, a cominciare dal presidente interinale Dioncounda Traoré e dal primo ministro Django Cissoko, da lui nominato in sostituzione del poco incisivo Cheick Modibo Diarra. A Bamako, per ora, le tattiche politicanti di pre-posizionamento prevalgono su tutto il resto e quindi tutto è ancora largamente aperto sul piano delle formazioni partitiche, delle alleanze, delle decisioni dei singoli individui. Su tutto questo, plana l’ombra via via più marginale, ma pur sempre inquietante, del Comitato militare per le riforme dell’esercitopresieduto dal capitano Sanogo, autore del colpo di stato che ha portato alla destituzione di Amadou Toumani Touré e precipitato il Mali nella crisi che conosciamo. È dell’8 febbraio la notizia dell’assalto di militari “di tutti i corpi” a una caserma di paracadutisti. La guerra dei berretti continua, a quanto pare: “berretti rossi” fedeli a Touré e “berretti verdi”, fedeli a Sanogo. E non è detto che Ibrahim Dahirou Dembélé, attuale capo di stato maggiore delle forze armate maliane, abbia l’autorità sufficiente per farla cessare.

Ma c’è un secondo aspetto che la Francia assume ormai come un cardine della sua azione saheliana. Si tratta di aprire un tavolo di discussione con le popolazioni del nord e «segnatamente con i tuareg». È chiaro, dunque, come in questa prospettiva l’intervento militare, pur in tutta la sua importanza, può essere considerato solo come una misura preliminare all’avvio del processo politico e come una misura securitaria di accompagnamento al suo sviluppo.

C’è una consapevolezza diffusa della comunità internazionale su questo che appare come il punto centrale della vicenda maliana. Una settimana prima di Canfin, il ministro della difesa tedesco aveva evocato la necessità di un’analisi corretta della crisi, da riportare nel suo proprio alveo: quello politico. Gratitudine alla Francia, certamente, ma con le parole di Thomas de Maizière pronunciate a Monaco, «non è che perché si ha tra le mani un martello, ogni problema deve assumere l’aspetto di un chiodo per batterci sopra». Evidentemente, l’avventura libica della Francia, unilaterale, folgorante sul piano militare, ma del tutto fallimentare sul piano politico, brucia ancora in ambito europeo. E del resto, la delibera del Consiglio di sicurezza dell’Onu del 20 dicembre scorso, richiama la necessità di una “riconciliazione politica”, preliminare all’intervento armato. La delibera, dal canto suo, riprende la linea della Cedeao, che però ha dovuto scontare una mediazione burkinabè, tanto inefficace quanto ambigua. (…)

 

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