Al via “Coopera”
Aperta la due giorni della Conferenza nazionale che si articola in sessioni plenarie mattutine e tavole rotonde pomeridiane sui temi dei giovani, migrazioni, sviluppo sostenibile, comunicazione e settore privato. ll risultato che emergerà sarà il bilancio del lavoro fatto a due anni dalla riforma. Un appuntamento molto atteso che arriva in un momento decisivo per il futuro dei rapporti tra Italia e Africa.

Rapporti sempre più strutturati con il settore privato, politiche a sostegno di una visione “circolare” dei flussi migratori, incentivi allo sviluppo sostenibile, scoperta e valorizzazione dei talenti africani. Ha preso il via da questi temi Coopera”, la Conferenza nazionale della cooperazione allo sviluppo, in programma oggi e domani a Roma all’Auditorium Parco della Musica.

Un appuntamento molto atteso che arriva in un momento decisivo per il futuro dei rapporti tra Italia e Africa: non solo per la complicata gestione dei flussi migratori che giornalmente si riversano nel Mediterraneo, ma anche per l’avvio della missione militare in Niger. Capire come si svilupperà la convivenza tra la politica dei “boots on the ground” e quelli che sono da sempre i principi cardine della cooperazione allo sviluppo, alla luce della riforma del settore avviata con la legge n. 125 del 2014 e del ruolo sempre più attivo che si stanno ritagliando al suo interno le imprese, è uno dei nodi principali che questa conferenza dovrà sciogliere. Una questione che verrà posta, da subito, sul tavolo del nuovo direttore generale per la cooperazione allo sviluppo della Farnesina Giorgio Marrapodi, la cui nomina è stata comunicata in apertura dei lavori dal ministro degli esteri Angelino Alfano.

L’altra notizia, che ha anticipato l’inizio della manifestazione, è stata quella dell’attacco subito da una sede di Save the Children a Jalalabad, in Afghanistan. Ennesima dimostrazione dei rischi a cui vanno incontro ogni giorno gli operatori umanitari italiani presenti nelle aree di crisi, nonché segnale della necessità di allargare ulteriormente il campo della cooperazione a soggetti che, attraverso idee nuove e investimenti, possano garantire ai progetti di sviluppo che vedono protagonista il nostro paese un contributo tangibile. Ne è convinta Elisabetta Belloni, segretario generale del ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale. «Ci sono nuovi attori che possono dare un contributo concreto – ha affermato -. Con la riforma del 2014 sono stati affrontati alcune delle questioni principali, a cominciare dalle professionalità tecniche che devono essere messe a disposizione dell’AICS (Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo) e dalla risoluzione del rapporto tra pubblico e privato. Quest’ultimo è un passaggio indispensabile perché da un lato chiarisce il ruolo che rivestono quelle imprese che offrono il loro contributo ai progetti di cooperazione lavorando in sinergia con le istituzioni, dall’altro rende il nostro paese finalmente competitivo a livello internazionale in questo settore».

 

Alfano: tra i G7 siamo il 4° donatore all’Africa

Più di qualcosa si è mosso negli ultimi anni in questa direzione come ha spiegato il ministro Alfano, che ha focalizzato il suo intervento sul rapporto speciale che lega l’Italia all’Africa. «Negli ultimi anni – ha dichiarato – abbiamo raddoppiato i finanziamenti destinati alla cooperazione portandoli da 300 a 600 milioni di euro. Oggi siamo il quarto donatore dell’Africa tra i paesi del G7, ci stiamo allineando agli standard internazionali. A quattro anni dalla strage di Lampedusa l’Italia sta dimostrando che coniugare solidarietà e sicurezza è possibile: si può essere sicuri continuando a salvare vite umane nel Mediterraneo. Il nostro compito è accompagnare l’Africa in questo nel suo sviluppo faticoso. Abbiamo investito in Africa sapendo che l’Africa è un pezzo del nostro destino».

 

Touadera, necessario lo sviluppo sostenibile

L’Africa che risponde presente all’appello a rafforzare la cooperazione che arriva da Roma ha il volto di Faustin Archange Touadera, presidente del presidente Repubblica Centrafricana, paese che fatica a lasciarsi alle spalle la guerra civile scoppiata nel 2013 tra le milizie islamiste dei Seleka e i combattenti cristiani anti-balaka. «Attraverso l’impegno del suo governo, del suo contingente militare e delle sue ong – ha affermato – l’Italia ci sta dando un grande contributo in termini di assistenza umanitaria e per alleviare le nostre sofferenze. Grazie al vostro paese sono stati realizzati numerosi progetti: ripristinati canali, prevenuti atti di vandalismo, messe a posto strade e rilanciata l’economia nazionale. Siamo in una fase di post conflitto, stiamo costruendo la pace e la riconciliazione nazionale nonostante le difficoltà. Abbiamo immense risorse minerarie, le nostre foreste sono tra le più ricche del mondo, ma c’è bisogno di sviluppo sostenibile. L’Italia ha le competenze per aiutarci».

Dei progressi che l’Europa e l’Italia devono continuare a fare per ridurre le distanze che separano il Vecchio Continente dall’Africa hanno poi parlato Neven Mimica, commissario europeo per la cooperazione allo sviluppo, il ministro dello sviluppo economico Carlo Calenda, il ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare Gianluca Galletti, Andrea Riccardi, presidente della Società Dante Alighieri e già ministro per la cooperazione internazionale e l’integrazione, Antonio Decaro, presidente di Anci, e Monica Barni, vicepresidente della Regione Toscana.

 

Calenda, troppo sfruttamento materie prime

«La cooperazione allo sviluppo – ha dichiarato Calenda – deve essere un asse portante per lo sviluppo del nostro paese: non è solo una cosa giusta, da ciò dipendono la nostra sicurezza nazionale e la possibilità di dare al nostro sistema economico una dimensione internazionale. L’Africa è ancora troppo orientata verso lo sfruttamento delle materie prime. È un sistema che rischia di creare solo disuguaglianze sociali se non è accompagnato dallo sviluppo di un sistema industriale». L’Italia, in tal senso, può e deve fare la sua parte. «Oggi le esportazioni dell’Italia in Africa – ha proseguito Calenda – sono rappresentate per un quarto da macchinari ed equipaggiamenti per le aziende africane. Per fare di più e migliorare il sistema di welfare di questi paesi, abbiamo sviluppato un programma che prevede l’apertura di una serie di centri di formazione professionale in alcuni stati africani: il prossimo sarà in Mozambico per la lavorazione e la vendita del marmo. È il momento di esportare il nostro know how oltre il Nordafrica, verso il cuore dell’Africa».

 

Le opportunità viste da Moratti

Nel pomeriggio è stata poi la volta delle cinque tavole rotonde tematiche incentrate su settore privato, migrazioni, sviluppo sostenibile, comunicazione e giovani. Dai numeri sciorinati da Letizia Moratti, presidente della Fondazione E4Impact, sono emerse le caratteristiche che lanciano l’Africa come continente protagonista dei prossimi decenni: 19 anni e mezzo di età media della popolazione; raddoppio demografico entro il 2050; 29 milioni di giovani che ogni anno accedono al mondo del lavoro, anche se il 70% lo fa attraverso canali informali; tasso di imprenditorialità del 22%, il più alto al mondo; 93% degli africani che ha accesso alle linee telefoniche mobili, anche se latitano i servizi di base; +26,3% di crescita delle economie subsahariane dal 2015 al 2020; il 60% delle terre arabili non utilizzate nel mondo. «Tutte queste opportunità – ha spiegato la Moratti – si sfruttano solo attraverso partenariati che siano il più possibile inclusivi. L’Italia ha molti elementi a suo favore: gode di una buona reputazione, c’è prossimità geografica tra il nostro paese e il continente africano, c’è complementarietà economica soprattutto tra le nostre piccole e medie imprese e le loro realtà lavorative nei settori della meccanica e dell’agrofood. Infrastrutture, energie rinnovabili e trasformazione dei prodotti della filiera agricola sono i settori su cui possiamo puntare di più».

Per l’Italia è dunque giunto il momento di smarcarsi definitivamente dalla concezione assistenzialista e buonista che per troppo tempo ha accompagnato la visione che si è avuta della cooperazione allo sviluppo. E per farlo occorre puntare, senza più esitazione, su modelli di sviluppo che integrino istituzioni, ong e imprese.

Del fatto che la cooperazione da sola non basti per affrontare le sfide che pone il tentativo di sostenere lo sviluppo dell’Africa si è detto convinto anche Luigi Maria Vignali, direttore generale per gli italiani all’estero e le politiche migratorie del MAECI. «Abbiamo bisogno degli investimenti privati e del ruolo importante delle diaspore, come punti di dialogo della migrazione circolare, ovvero dei migranti arricchiti dalle competenze acquisite in Europa che rientrano per reinvestire queste competenze nei paesi di origine».

Perché ciò abbia un senso reale per l’Africa e per gli africani, sarà però fondamentale riconoscere un ruolo ai migranti che arrivano in Europa. «I migranti devono diventare realmente protagonisti della cooperazione internazionale – ha concluso gli interventi della mattina Cleophas Adrien Dioma, coordinatore del summit nazionale diaspore -. Anche in Italia questo passaggio dalla carta deve ancora passare alla realtà dei fatti».