I leader africani: meglio oggi di ieri?

I golpe non sono stati estirpati e la durata al potere in molti casi è ancora lunga. Ma è altrettanto vero che sempre più paesi conoscono la via elettorale e il ricambio di leadership. Circa 200 le elezioni tenutesi dal 1990 a oggi rispetto alla quarantina del trentennio precedente. E le riforme democratiche aiutano a ottenere risultati stabili in economia e in ambito sociale.

Allo spettatore occidentale, e non solo, la politica africana incute, in genere, un certo timore. Dittature, colpi di stato, guerre, corruzione – e più recentemente anche l’aggiunta del terrorismo islamico – sembrano ripetersi all’infinito. Tutto troppo caotico e poco comprensibile perfino per chi abita in un paese, come il nostro, che ha già di suo una vita politica complicata da capire. Eppure, da un po’ di tempo molti stati africani hanno cominciato a fare un po’ di ordine in casa propria e i loro sistemi politici ad assomigliare, almeno in parte, a quelli cui siamo abituati nei paesi ricchi. Anche i leader di governo entrano ed escono di scena in maniera più simile a come avviene in Europa. Ma la strada è stata lunga e i progressi raggiunti tutt’altro che completi.

La transizione
Tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta, l’Africa passò rapidamente dalle figure iconiche che avevano guidato la lotta per le indipendenze – i Léopold Sédar Senghor (Senegal), i Sékou Touré (Guinea) e i Julius Nyerere (Tanzania) – a patria di famigerati cleptocrati, come Mobutu Sese Seko nello Zaire, o brutali dittatori, come Jean-Bédel Bokassa in Centrafrica. Le leadership dei giovani stati della regione erano affette da un duplice problema. Da un lato, un’eccessiva longevità al potere di alcuni leader africani. Tra il 1960 e oggi, sono ben 39 quelli rimasti al potere per venti anni o più (figura XX). Tredici di loro hanno raggiunto i trent’anni di governo. Due – Omar Bongo, in Gabon, e Mu’ammar Gheddafi, in Libia – hanno addirittura superato i quarant’anni.

Ma questa è solo metà della storia. L’altra metà, apparentemente in contraddizione con la prima, è l’eccessiva instabilità di governo prodotta da una frequenza di colpi di stato fuori dal comune: ben 92 tra le indipendenze e il 2014; addirittura tra i 4 e i 7 ciascuno in Burkina Faso, Benin, Burundi, Comore, Ghana, Guinea-Bissau, Mauritania, Niger, Nigeria e Sierra Leone.

La vicenda del piccolo Togo illustra bene entrambe queste dinamiche. Il 13 gennaio del 1963, dopo neanche tre anni di governo, il presidente Sylvanus Olympio era stato rovesciato e ucciso dai propri soldati, il suo corpo abbandonato davanti all’ingresso dell’ambasciata degli Stati Uniti nella capitale Lomé. Era il primo colpo di stato dell’Africa indipendente. Uno dei responsabili che vi avevano preso parte, Gnassingbé Eyadema, poco tempo dopo si sarebbe insediato nel palazzo presidenziale. Anche lui, come Olympio, sarebbe morto in carica. Ma solo nel 2005, dopo 38 anni di governo ininterrotto. Eyadema è stato uno dei governanti africani più longevi.

Longevità e instabilità, dunque. In realtà la contraddizione tra le due è stata in parte apparente. Si tratta, infatti, di due facce di una stessa medaglia: i paesi africani non disponevano di procedure e prassi ben funzionanti per sostituire i loro leader nazionali: o li rovesciava con le armi, o se li tenevano.

La rottura
Da questo punto di vista, i primi anni Novanta hanno rappresentato un momento di rottura quasi rivoluzionaria. Nell’arco di pochi anni, la gran parte dei paesi del continente hanno introdotto quelle elezioni multipartitiche già sperimentate all’indipendenza, ma poi rapidamente abbandonate. Questo non ha certo fatto dell’Africa, dall’oggi al domani, una nuova patria della democrazia. Molto spesso l’esito del voto popolare è stato controllato attraverso costrizioni imposte alle opposizioni o alla stampa, quando non direttamente con brogli o violenze elettorali. In questo modo, i vari Robert Mugabe, Paul Biya e Yoweri Museveni sono riusciti a rimanere al potere, anche dopo le transizioni di regime al multipartitismo, rispettivamente nello Zimbabwe, in Camerun e in Uganda. E come loro molti altri.

Eppure, gli effetti delle riforme sono stati più rilevanti di quanto spesso non venga riconosciuto. Anzitutto, le popolazioni africane hanno rapidamente fatto l’abitudine a essere “consultate” dai loro governanti, attraverso le urne, ogni quattro o cinque anni. Le circa 200 elezioni tenutesi dal 1990 a oggi (contando solo quelle presidenziali, o comunque volte a scegliere il leader nazionale) sono un balzo in avanti rispetto alla quarantina del trentennio precedente, peraltro concentrate in pochi paesi.

In molti casi, inoltre, le scadenze elettorali hanno aiutato a fissare un termine alla permanenza in carica di un leader. Non sempre questo termine è stato rispettato (si veda l’articolo sui mandati presidenziali a pag.44). Se quello di Nelson Mandela è stato un caso più unico che raro – il padre del nuovo Sudafrica abbandonò volontariamente la presidenza dopo un solo mandato –, sono stati in molti, tuttavia, a farsi da parte quando la Costituzione non ha più permesso loro di correre per un ulteriore quadriennio o quinquennio. Così hanno fatto, ad esempio, Jerry Rawlings e John Kufuor in Ghana, Joaquim Chissano e Armando Guebuza in Mozambico, Daniel Arap Moi e Mwai Kibaki in Kenya, Alpha Oumar Konaré in Mali e Olusegun Obasanjo in Nigeria.

Accanto alle numerose elezioni nelle quali il presidente in carica otteneva un rinnovo del suo mandato (non va dimenticato che questo è quello che avviene in quasi un’elezione su due anche negli Stati Uniti), si è quindi assistito a diverse altre situazioni nelle quali con il voto entrava in carica un nuovo leader appartenente però al partito già al governo (figura XX). In Mozambico, ad esempio, Chissano lasciò il posto a Guebuza nel 2005, e quest’ultimo ha passato il testimone a Filipe Nyusi all’inizio del 2015. Tutti esponenti del partito storicamente al governo, il Frelimo. Seppur nella continuità di una stessa forza politica, il voto è stato in questi casi un meccanismo e un’occasione per il regolare avvicendamento di leader diversi. Proprio quello che era mancato in passato. (…)

Per continuare la lettura dell’articolo del numero di Nigrizia di febbraio 2016: rivista cartacea o abbonamento online.

*Giovanni Carbone ha curato l’intero dossier di Nigrizia del mese di febbraio 2016. È professore associato presso l’Università degli studi di Milano ed head, Osservatorio Africa dell’Ispi.

 

Sopra un grafico estratto dal dossier.

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