Madagascar / Presidenziali e politiche
Il 20 dicembre, attraverso due prestanome, continua il duello tra Ravalomanana e Rajoelina. E non promette nulla di buono. Le richieste della società civile.

Se guardiamo alla forma, ecco un paese che, dopo una impasse politica di quasi cinque anni, va voto e entro l’anno avrà un nuovo presidente e un nuovo parlamento, tornando alla normalità costituzionale. Se guardiamo alla sostanza, vediamo che entrambi i politici che hanno causato la crisi non hanno mollato la presa, anzi dietro ai volti dell’ultima ora ci sono sempre loro, che non c’è una strategia di governo, che prevalgono le derive etniche. Una transizione che non transita affatto. Con buona pace dell’Unione europea che ha finanziato le elezioni, nonché dell’Unione africana e della Comunità di sviluppo dell’Africa australe che hanno fatto opera di mediazione.

A contendersi lo scranno presidenziale al secondo turno del 20 dicembre (lo stesso giorno si rinnova il parlamento) sono Jean-Louis Robinson (21,1% al primo turno) e Hery Rajaonarimanampianina (15,9%, nella foto). Il primo sostenuto da Marc Ravalomanana, un imprenditore, già leader delle chiese protestanti, pasticcione, autoritario ma eletto democraticamente nel 2006, deposto con un golpe militare nel marzo 2009 e in esilio in Sudafrica dopo essere stato condannato da un tribunale malgascio ai lavori forzati per crimini contro l’umanità. Il secondo è il protetto di Marc Rajoelina, un disc jockey-statista che, da il sindaco della capitale Antananarivo, ha cavalcato il malcontento, pilotato il golpe e governato illegittimamente.

Alle urne si è giunti perché Ravalomanana e Rajoelina – dopo averle tentate tutte e su caldo suggerimento di Onu, Ua, Usa, Russia – hanno valutato che era preferibile rinunciare alla candidatura e provare a comandare per interposta persona. Operazione comunque non scontata perché i loro due pupilli hanno ambizioni personali e perché hanno racimolato pochi voti al primo turno e ora devono scendere a patti con gli altri candidati, mettendo sul piatto seggi in parlamento (sono 151) o ministeri del prossimo governo.

I candidati presidenziali perdenti – Hajo Andrianainarivelo (10,5%), Roland Ratsiraka (9%), Camille Vital (6,8%) – hanno tentato di trovare una posizione comune così da aver più forza negoziale. Essendo figure politiche prodotte dalla transizione di Rajoelina, potrebbero propendere per Hery; oppure scommettere che con Robinson avranno più spazi di manovra…

Il nuovo presidente, chiunque sia, dovrebbe tenere sulla scrivania un promemoria. Quello elaborato da Sefafi – Osservatorio della vita pubblica, realtà della società civile malgascia fondata da Sylvain Urfer, il gesuita che nel 2007 fu espulso per aver criticato le politiche di Ravalomanana.

Sefafi chiede se verrà attuata una politica di decentramento delle risorse, visto che il 95% del bilancio nazionale è gestito dallo stato centrale; se, per spoliticizzare le forze armate, si eviterà di nominare militari a compiere funzioni civili; se si smetterà di monopolizzare i media pubblici, si deciderà a sopprimere il ministero delle comunicazioni e si autorizzaranno i media privati a coprire l’insieme del territorio nazionale; se verrà installata nell’arco di un anno l’Alta corte di giustizia; se verrà ristabilita, con prevede la costituzione, la gratuità dell’insegnamento pubblico; se sarà rivisto, allo scopo di preservare gli interessi nazionali, i codice minerario e quello petrolifero; se l’acquisto di terre da parte di imprese straniere sarà gestito in maniera trasparente e di concerto con gli abitanti. Sefafi vigila e denuncia.