Sudan / Presidenziali e politiche
Boicottate dalle opposizioni, sono iniziate stamani le elezioni in un paese diviso e con ampie zone di guerra. Un voto senza legittimità: così l’hanno definito l’Unione europea, oltre che Usa, Gran Bretagna e Norvegia. Ma Omar El-Bashir incassa l’attenzione dell’Unione africana, dell’Igad, della Lega araba e della Organizzazione delle conferenze islamiche.

Questa mattina in Sudan si sono aperte le sezioni elettorali. Le votazioni per la presidenza e per il parlamento dureranno 3 giorni in quasi tutto il paese. Non potranno svolgersi in 6 contee del Sud Kordofan, che sono controllate dall’Splm-n, il maggior movimento dell’opposizione armata, e in una località del Darfur dove non ci sono le condizioni di sicurezza necessarie. La commissione elettorale (Nec) ha comunicato che sono 13,3 milioni, su 38 milioni di abitanti, gli aventi diritto al voto e che i risultati saranno comunicati ufficialmente il 27 aprile. Le operazioni di voto avvengono in 6.911 sezioni dove sono all’opera 21.000 operatori.

Ma non ci sarà l’ansia di conoscere il vincitore, dal momento che l’unico concorrente è l’attuale presidente Omar El-Bashir, accusato dalla Corte penale internazionale di genocidio e crimini di guerra e contro l’umanità perpetrati in Darfur. Gli altri 15 concorrenti alla presidenza – esponenti di 44 tra partiti e movimenti quasi del tutto irrilevanti – sono nominali. Tuttavia alcuni si sono lamentati di interferenze nella loro campagna elettorale e hanno dichiarato che la competizione non è libera e alla pari, confermando la presa ferrea del regime al potere sul processo di voto come denunciato dall’opposizione.

Tutte le forze di opposizione di una qualche rilevanza (tra cui Umma Party e le Forze del consenso nazionale) e le organizzazioni della società civile boicottano attivamente il voto. Nelle scorse settimane hanno congiuntamente lanciato la campagna “Leave”, cioè “Vattene”, invito chiaramente rivolto all’attuale presidente, al potere dal 1989, dopo un colpo di stato militare. La campagna è stata osteggiata duramente dalla polizia e dai servizi di sicurezza che hanno impedito assemblee, represso manifestazioni, arrestato attivisti e semplici partecipanti. Ma questo non ha fermato la mobilitazione.

Proteste
Ieri ci sono state dimostrazioni in numerosi campi profughi del Darfur. Nel campo di Kalma, il rappresentante dei 160.000 sfollati, Sheikh Ali Abdelrahman El Taher, ha chiesto loro di non votare, ma piuttosto di organizzare proteste fino ad abbattere il regime di Khartoum. Nel discorso che ha rivolta alla folla si è chiesto: «Come possiamo noi sfollati partecipare all’elezione di coloro che hanno ucciso i nostri figli e genitori, si sono presi la nostra terra, ci hanno derubato dei nostri beni e ci hanno costretto ad abbandonare le nostre case per tutti questi anni?».

A Port Sudan sono invece scesi in piazza gli studenti, come a Khartoum, dove i cortei sono stati dispersi con l’uso dei lacrimogeni. Nonostante la presenza imponente delle forze dell’ordine nelle strade delle principali città, su molte case sono apparsi cartelli con la scritta: “Gli abitanti di questa casa boicottano le elezioni”. Dimostrazioni si sono avute nei giorni scorsi anche nei campi profughi di Maban, in Sud Sudan, dove si trovano più di 130.000 sudanesi in fuga dal Nilo Azzurro.

Si ha sentore che nei giorni delle elezioni e nelle settimane successive ci potrebbero essere disordini, tanto che la federazione internazionale della Croce e Luna Crescente Rossa (Ifrc) ha diffuso sabato un piano per affrontare eventuali emergenze. Saranno allestite postazioni per il pronto soccorso, con 30 volontari ciascuno, negli stati in cui si presume ci potrebbero essere i maggiori problemi, e precisamente Khartoum, Nilo Bianco, Nilo Azzurro, Sud Kordofan, Kordofan Occidentale e i cinque aree del Darfur. L’Ifrc stima che ci potrebbero essere fino a 50.000 persone da soccorrere in diversi modi e arriva a prevedere l’evacuazione della popolazione dai posti più caldi. Il governo ha mobilitato più di 70mila uomini per controllare il territorio durante le operazioni di voto e nelle settimane successive.

Anche il servizio di sicurezza nazionale, il Niss, ha messo le mani avanti; sabato ha consigliato ai direttori dei giornali di non pubblicare critiche al processo elettorale, o notizie sull’affluenza alle urne o su eventuali dimostrazioni dell’opposizione, se non volevano correre il rischio di confische, evento diventato sempre più frequente nelle ultime settimane.

In questo clima, l’Unione europea e la Troika (Usa, Gran Bretagna e Norvegia, delegati dalla comunità internazionale a seguire l’evolversi della situazione) hanno dichiarato senza giri di parole che queste elezioni non hanno nessuna legittimità, suscitando le ovvie proteste del governo sudanese, ma l’Unione africana, l’Igad, la Lega araba e l’Organizzazione delle conferenze islamiche hanno mandato i propri osservatori, tra la altrettanto ovvia disapprovazione delle opposizioni.

Nella foto in alto una vecchia scheda elettorale delle ultime elezioni del 2010. Nella foto sopra il presidente Omar al-Bashir, che governa il Sudan da 26 anni, e che sarà probabilmente riconfermato al potere. (Fonte: Sorin Furcoi / Al Jazeera)