Cinema / Festival di Milano
Due lungometraggi – L’oeil du cyclone di Sékou Traoré (in prima visione europea) e Le Challat de Tunis di Kaouther Ben Hania – segnano la prima giornata della manifestazione che continua fino al 10 maggio.

Il Festival del cinema africano, d’Asia e America Latina di Milano è alla venticinquesima edizione. L’inaugurazione, avvenuta la sera del 4 maggio presso l’Auditorium San Fedele, ha visto – oltre al discorso introduttivo rituale degli organizzatori – una performance musicale a base di canti sufi del tunisino Ahmed Ben Dhiab.

È seguito il film d’apertura, l’ottimo Taxi Teheran del pluripremiato Jafar Panahi (Orso d’Oro a Berlino 2015), pellicola essenziale e “militante” la cui idea di fondo è semplice: improvvisarsi tassista, piazzare una macchina da presa sul cruscotto dell’auto e girare per Teheran, lasciando che la città (microcosmo della società iraniana) parli da sé. Il film diventa così – letteralmente – un viaggio nelle contraddizioni, nella dignità e nella miseria di un paese; viaggio in cui il regista figura più come “accompagnatore” che come guida (aspetto, questo, sottolineato dalla sua mancata dimestichezza con le strade e il suo disagio nel ruolo di autista). A tratti comico, a tratti drammatico, il che è perfettamente in linea con il proposito di rappresentare un universo nella sue sfumature, Taxi Teheran è un ritratto insieme dolente, appassionato e corrosivo dell’Iran, ad opera di chi ne conosce bene le ingiustizie (accusato di “propaganda contro il sistema”, Panahi non può lasciare il suo paese) ma anche la vitalità – soprattutto della gente comune, che l’obiettivo ci restituisce nelle manie e nei problemi quotidiani, lasciando intendere che i cittadini sono migliori dei potenti che li umiliano.

Le colpe di un bambino

Il giorno successivo, 5 maggio, è stato il turno di due lungometraggi africani: L’oeil du cyclone di Sékou Traoré (in prima visione europea) e Le Challat de Tunis, di Kaouther Ben Hania.

Il primo, della sezione “Flash-Proiezioni Speciali”, è ambientato in Burkina Faso e racconta la storia di Emma, avvocatessa di successo che accetta di difendere un combattente delle milizie ribelli, ex bambino soldato accusato di crimini efferati. Le autorità, alla ricerca di un capro espiatorio, intendono condannarlo a morte fingendo un processo regolare, ma Emma non demorde e proseguendo nelle indagini arriva a scoprire che una delle alte cariche del Burkina (il cognato del presidente, ministro del governo) trae profitto dal traffico di diamanti commerciando con i ribelli che controllano le miniere. Il film mostra che in politica come in guerra sono sempre i pesci piccoli a pagare: da qui la decisione di porre al centro della vicenda due personaggi che, pur di diversa estrazione sociale (lei benestante e adorata dai genitori, lui povero e orfano), sono ugualmente vittime, pedine di un gioco le cui regole vengono decise da altri e i cui retroscena spalancano scenari dolorosi (è il caso di Emma, che viene a conoscenza del coinvolgimento del padre nei traffici).

È evidente che Traoré non è interessato più di tanto all’aspetto fotografico del film, ma non si tratta di un limite bensì di una scelta, cui fa da contraltare quella di concentrarsi sulle inquadrature e la loro successione; ne risulta una fluidità narrativa apprezzabile e un montaggio grazie al quale i 120 minuti di durata scorrono senza intoppi, con andamento uniforme ma sostenuto. Certo, la storia risente di qualche didascalismo (su tutti, la fine tragica dopo il lieto fine apparente, che concreta la tesi dei bambini soldato come “bombe ad orologeria”), ma è forse inevitabile quando i temi sono di questa portata: non si può dunque negare che L’oeil du cyclone è nel complesso riuscito, sia dal punto di vista filmico sia nell’affrontare il tema della responsabilità individuale, tema che potremmo riassumere nelle seguenti domande: fino a che punto è colpevole, fino a che punto è innocente dei propri atti chi a otto anni è stato costretto ad ammazzare i propri familiari? Il fatto che sia divenuto adulto basta a ritenerlo del tutto responsabile sul piano etico? Come ci si può servire di categorie come il libero arbitrio nel caso di persone i cui traumi passati perdurano al punto da influenzare ogni azione presente?

Donne sfregiate

Con Le Challat de Tunis si cambia tono e registro: siamo a Tunisi, nel 2013, quando una regista ostinata si mette in testa di indagare sulla misteriosa figura di un motociclista armato di rasoio che dieci anni prima si aggirava per la città sfregiando le natiche delle ragazze “vestite all’occidentale”. Una sfida eccitante che è innanzitutto un pretesto per scavare nella società dell’autrice: per mettere a fuoco le mentalità e portare alla luce violenze, sopraffazioni, prepotenze. Nella fattispecie, a Kaouther Ben Hania interessa rappresentare lucidamente il conflitto di genere: obiettivo raggiunto, perché la condizione della donna che risulta dalle sue interviste e sopralluoghi è talmente impressionante, talmente miserabile che ogni considerazione sulla forma passa in secondo piano.

Se Le Challat de Tunis merita di essere visto, infatti, non è per le sue qualità cinematografiche (non particolarmente pregevoli), ma per i suoi contenuti: per il fatto cioè di rendere tangibile, con più efficacia di un reportage (con cui peraltro condivide alcuni stilemi), la violenza – psicologica prima ancora che fisica – che le donne quotidianamente subiscono, a Tunisi e non solo.

Al di là del discorso sulla qualità dei singoli film citati, ambito in cui lo spettatore è sovrano, c’è comunque un particolare che colpisce: l’urgenza con cui in casi come questi il cinema racconta, per citare il grande Galeano da poco scomparso, le “vene aperte” della società – un’urgenza cui noi europei non siamo più abituati da tempo. Abbiamo qui a che fare con opere che, sia pur in modi diversi, nascono da bisogni che non hanno alla base alcuna esigenza espressiva legata alla personalità o alle fissazioni del regista, ma fuoriescono per così dire direttamente dalla materia con cui si confronta, e che egli si limita ad organizzare nel modo che ritiene più opportuno senza alcun estetismo o superfluità.

Si tratta di un aspetto non irrilevante, se teniamo conto dei parametri con cui attualmente in Italia vengono giudicate le pellicole (specie di casa nostra: si veda il recente caso di Mia madre di Nanni Moretti, film vacuo, compiaciuto e televisivo eppure elogiato a destra e a manca perché “sincero”, “sentito” – come se a un libro o a un film bastasse essere sincero per essere valido). A questo proposito dal Festival giunge un contributo prezioso, che ci spinge a interrogarci sul senso e sui compiti del cinema. Domande a cui per ora la rassegna di Milano ha fornito una risposta precisa: il film, prima che riflessione sulla forma estetica, deve dar voce al magma della realtà, a ciò che in essa vi è di vitale, atroce, “scandaloso”. Non alla propria vanità. Concezione certo parziale e discutibile, forse unilaterale; ma che come ogni altra cosa va giudicata dai risultati.

L’oeil du cyclone di Sékou Traoré.