L’ambizione è la solita. Scrivere un libro «per sgombrare l’Africa dai luoghi comuni, slogan, risposte facili e stereotipate». Con a braccetto l’altro immancabile proposito: «Un libro per tutti, perché non mi interessa essere un intenditore per pochi intimi».

Ci è riuscito Giuseppe Mistretta, direttore alla Farnesina per l’Africa subsahariana, già ambasciatore in Etiopia e Angola? Ni. Certamente il libro è agile ma denso di contenuti. Certamente si fa leggere, anche da chi poco mastica temi complessi come quelli africani.

E certamente non trascura gli snodi da sciogliere e le sfide principali che il continente è chiamato ad affrontare: dalla demografia ai nuovi attori stranieri tornati con mani e piedi a sfruttarne le risorse; dal problema occupazione alla formazione come obiettivo prioritario del continente, fino al fallimento delle politiche di aiuto pubblico allo sviluppo che hanno iniettato in Africa oltre mille e 500 miliardi di dollari dalle indipendenze senza ottenere risultati all’altezza.

E individua con chiarezza gli obiettivi strategici italiani: Sahel e Corno d’Africa. Cos’è allora che rimane nella zona d’ombra? Il dogma di fede neoliberale. Il “totem mercato” come unica soluzione alla drammaticità di alcune realtà africane.

Un esempio? Parlando della crescita demografica, l’autore ricorda che nel 2040 «l’Africa avrà una forza lavoro superiore alla Cina. Pertanto, esiste l’esigenza di assicurare al continente una crescita economica che consenta la creazione di almeno 12-15 milioni di posti di lavoro l’anno; tanti sono i giovani che si riversano già da adesso ogni anno sul mercato, in cerca di occupazione. Per ottenere questo risultato, occorrerebbe che il Pil medio continentale aumenti ogni anno fra il 6 e il 7%, un livello tutt’altro che semplice da raggiungere».

Mercato. Pil. Neoliberismo. Ma è questa l’unica strada che le Afriche possono imboccare per uscire dalle loro secche? Il libro è un accorato appello a non leggere le questioni continentali con le lenti occidentali, europee in particolare. Mistretta ci invita a sostenere i paesi africani nel trovare il loro percorso. Gli attori internazionali dovrebbero dotarsi di «pazienza» e «realismo». Vero. Condivisibile.

Ma perché questo approccio non dovrebbe valere anche in campo economico? Perché la formuletta magica dovrebbe essere ancora la libertà di mercato? A un certo punto del libro, Mistretta si mette a elencare i maggiori problemi che hanno frenato lo sviluppo africano: «immaturità politica; applicazione di schemi socialisti in economie non avanzate; clima non sempre idoneo per gli investimenti e per gli affari; guerre e tensioni politiche; insieme ad altre concause fra cui l’attitudine predatoria e poco lungimirante del colonialismo europeo». Bene. Ma l’applicazione senza freni del neoliberismo ha portato solo benefici?