«Il giornalista è uno straniero intimo. Ogni volta che entro in un universo altro, ho bisogno di capire una cosa cruciale: quando qualcuno mi presenta il suo mondo, che cosa mi mostra e che cosa non mi mostra? Su quali strade mi porta? Che parole usa per nominare il suo territorio? La favela, avrei scoperto, si trovava sempre più in là. Chiedevo: “Dove comincia la favela?”. E ognuno mi indicava un centinaio di metri più avanti. Andavo fin lì e domandavo a qualcun altro davanti alla sua casa: “È qui la favela?”. Non era mai lì. La favela restava – sempre – centro metri più avanti».

Una giornalista che spiega in maniera così nitida l’architrave del suo metodo d’inchiesta merita di essere letta. Eliane Brum ha contribuito a innovare il genere del reportage raccontando il Brasile degli emarginati e dei dimenticati: in questo libro l’autrice, brasiliana di Ijuí, nel sud del paese, riunisce inchieste e racconti scritti soprattutto tra il 1999 e il 2008.

Troviamo la storia di Raimundo e del suo popolo che vivono in una regione sconosciuta allo stesso Brasile; l’arte delle levatrici indie che fanno nascere intere generazioni di bambini senza mai eseguire un taglio nel corpo delle partorienti; la pena della madri delle favelas che vedono i loro figli venire risucchiati dalla rete del narcotraffico; la vicenda memorabile di João e Raimunda che sono stati sradicati dalla loto terra, insieme a tanti altri, per costruire la diga sul fiume Zingu e la centrale idroelettrica di Belo Monte, e che non smettono di battersi.