EDITORIALE – LUGLIO 2017
redazione

Chi cambia la Costituzione del proprio paese per evitare l’alternanza al potere non è un buon leader. Lo affermò Barack Obama, allora presidente degli Stati Uniti, nel corso di una visita in alcuni stati africani. Un leader succede a se stesso (si vedano i numeri a pag. 12) perché ha trascurato uno dei propri doveri: crescere dirigenti in grado di prendere il suo posto.

Il ragionamento calza a pennello nel caso del presidente del Rwanda, Paul Kagame, che ha modificato la Costituzione – referendum nel 2015 con il 98% dei consensi – e corre per il terzo, scontato, mandato alle elezioni del 4 agosto. Il relativo successo economico del paese non può fare dimenticare che i più elementari diritti umani sono soppressi, compreso il diritto a opporsi, e che Kagame è al comando dal 1994.

In Angola, José Eduardo dos Santos – 75 anni e da 37 alla guida della ex colonia portoghese – non correrà alle elezioni del 23 agosto. Ha candidato il suo ministro della difesa João Lourenço che sarà eletto presidente, viste le fragilità e le divisioni del principale partito di opposizione. In pratica, dos Santos succede a se stesso per interposta persona. Lourenço è un soldatino obbediente e il potere rimarrà saldamente nelle mani del presidente uscente e della sua famiglia, che hanno ammassato enormi ricchezze dai proventi del petrolio, principale voce economica del paese. Esercizio formale di democrazia, il voto è dunque la riconferma della plutocrazia targata dos Santos.

In Kenya, alle urne l’8 agosto, si gioca una partita elettorale più vicina ai principi della democrazia. Competono per la guida del paese l’attuale presidente Uhuru Kenyatta e il leader della opposizione Raila Odinga al suo terzo tentativo di ottenere la presidenza. Ma il sistema politico è fragile: la violenza che ha contrassegnato le precedenti elezioni, la manipolazione etnica del voto e la corruzione potrebbero compromettere il progresso democratico della nazione economicamente più forte dell’Africa orientale.

Nigrizia analizza in questo numero le tre modalità di intendere le urne e il maturare o meno di sistemi democratici. Democrazia che anche la Chiesa, in Africa e non solo, ha il dovere di contribuire ad affermare. Non a caso papa Francesco ha annunciato che la Chiesa sanzionerà con la scomunica la corruzione che indebolisce le democrazie e tiene in piedi i regimi autocratici.

Elezioni 2017

Sono 12 le nazioni africane chiamate al voto nell’arco di quest’anno. A eleggere solo il presidente sono Somalia e Rwanda. A eleggere solo il parlamento sono Gambia, Algeria, Gabon, Angola (il capo del partito vincitore diventa presidente), Ciad, Congo, Madagascar, Senegal. Al voto legislativo e presidenziale sono impegnate Lesotho, Kenya, Liberia, Sierra leone.

 

Scomunica ai corrotti

Il Vaticano sta studiando l’ipotesi di scomunica per corruzione e associazione mafiosa. Un gruppo di lavoro sta mettendo a punto un decreto ufficiale. La scomunica è la pena più grave nella Chiesa. Comporta l’allontanamento dalla comunità dei fedeli e l’esclusione dai sacramenti.