I lefebvriani procedono alle ordinazioni episcopali
Chiesa e Missione Italia Senegal
La missione e l’Africa francofona alle origini del movimento conservatore scismatico
Il dado è tratto. I lefebvriani procedono alle ordinazioni episcopali
Rompendo nuovamente con Roma, la Fraternità sacerdotale san Pio X ordina quattro nuovi vescovi. Scisma e quindi scomunica
01 Luglio 2026
Articolo di Elio Boscaini
Tempo di lettura 4 minuti
I quattro vescovi lefebvriani nominati il 1° luglio

Perché Nigrizia si occupa dei lefebvriani? Perché all’origine del movimento conservatore c’è un vescovo che è stato missionario in Africa, il francese Marcel Lefebvre (1905-1991).

Membro della congregazione dello Spirito Santo (in Italia conosciuti come spiritani), nell’ottobre 1932 lo troviamo missionario in Gabon. Questo rapporto tra Lefebvre e l’Africa durerà per trent’anni, fino al 1962.

In Gabon diede al clero locale un tale slancio missionario che la popolazione cattolica nel paese triplicò, facendo del Gabon degli anni ’40 il paese più cattolico dell’Africa francofona. Nel settembre 1947, a 42 anni, Pio XII lo nomina vicario apostolico del Senegal e un anno dopo delegato apostolico per tutta l’Africa francese: rappresentante della Santa Sede in ben 18 paesi africani.

Nel 1955 diventa il primo arcivescovo di Dakar. Rimane delegato apostolico fino al 1959 e arcivescovo di Dakar fino al 1962 quando (indipendenza oblige) viene rimpiazzato da un figlio del paese, mons. Hyacinthe Thiandoum, in seguito primo cardinale senegalese.

Nel 1956, firma Des prêtres noirs s’interrogent (Preti neri si interrogano) che noi francofoni consideriamo come il volume che dà vita alla teologia africana che si esprime in francese: l’allora arcivescovo di Dakar riconosce il diritto agli africani di essere sé stessi e di esprimere la loro négritude nella liturgia, quasi una porta aperta a quella che oggi chiamiamo “inculturazione” del vangelo nelle culture africane.

Un onore per me aver conosciuto tre degli autori del libro, il rwandese Alexis Kagame, il beninese Robert Sastre e il togolese Robert Dosseh (questi due ultimi sono stati anche miei vescovi).

Rientrato in Francia, Lefebvre diventa superiore generale della sua congregazione e partecipa al Concilio Vaticano II. Finisce per non ritrovarsi nei documenti (anche da lui firmati come quello sulla liturgia) e li rifiuta apertamente.

Soprattutto è contro la libertà religiosa, il decreto sull’ecumenismo, alcuni aspetti della collegialità episcopale e, infine, rifiuta la riforma liturgica. Per lui si deve tornare al latino e alla messa tridentina.

Nel 1970 nasce, approvata dal vescovo di Friburgo, la Fraternità sacerdotale San Pio X di cui Lefebvre è fondatore, e quindi un seminario, a Écône (Svizzera), che diventa punto di riferimento per quei giovani originari di tanti paesi diversi, ostili ai cambiamenti del post-concilio.

Lefebvre finisce sospeso a divinis perché insisteva a ordinare sacerdoti senza previa autorizzazione.

Ma lui avanti. Così, nel 1988, ritenendo vicina la sua morte e giudicando insufficienti le garanzie che la Santa Sede gli offriva per assicurare il futuro della fraternità, decise di consacrare quattro vescovi senza l’autorizzazione del papa, l’allora Giovanni Paolo II.

La scomunica era inevitabile, perché di scisma si trattava perché non c’è nulla di più grave per un cattolico che strappare “la tunica senza cuciture di Cristo”.  Di quei quattro presuli, due solo sono ancora in vita. Di qui la decisione di oggi di consacrare altri quattro nuovi vescovi. Sono: Pascal Schreiber (Svizzera, 53 anni), Michael Goldade (USA, 46 anni), Michel Poinsinet de Sivry (Francia, 42 anni) e Marc Hanappier (Francia, 36 anni!).

La celebrazione odierna è una manifestazione imponente della forza della Fraternità: centinai i sacerdoti, come i seminaristi, suore e laici, fino a poter contare mezzo milioni di affiliati nel mondo.  

Lo sforzo di Benedetto XVI (che era prefetto del dicastero per la fede al momento della scomunica) per la riconciliazione, aveva portato a toglierla. Ma la cosa aveva suscitato in Vaticano e nel mondo non poche contrarietà.

La mano tesa però non venne accolta e oggi eccoci di nuovo alla scomunica automatica latae sententiae del Diritto canonico. A nulla è servito l’appello dell’ultimo minuto del 29 giugno di papa Leone rivolto a don Davide Pagliarani, attuale superiore della fraternità che ha risposto sì con gentilezza, ma senza arretrare dalla decisione.

Dei lefebvriani sentiremo parlare ancora, al di là dell’odierno ostile colpo di forza. Non è papa Leone a chiudere la porta. Lui sa di essere stato scelto come papa, tra l’altro, per ricucire alcuni strappi provocati da prese di posizione di papa Francesco su alcuni temi bollenti.

Lui tiene dritta la barra della navicella che è la Chiesa, che, come oggi, conosce a attraversa momenti difficili che richiederebbero anche da parte dei fratelli lefebvriani un po’ di flessibilità, per non negare in concreto la preghiera del Maestro al termine della cena prima della sua morte: «Prego per quelli che crederanno in me mediante la loro parola: perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mia hai mandato».

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