Mandela e l’Occidente

Un simbolo di libertà non si costruisce da solo. Deve appunto mettere insieme interessi diversi. Il sistema occidentale si è rilanciato, usando le catene del leader sudafricano. Il quale ha potuto combattere rimanendo sempre evento mediatico.

Quando, in un futuro ormai non troppo lontano, gli storici andranno alla ricerca di un volto capace di identificare i decenni seguiti alla caduta del Muro di Berlino e alla fine del sistema internazionale bipolare uscito dalla Guerra Fredda, è molto probabile che la scelta cadrà su quello di Nelson Mandela. Nessun uomo politico, tra i tanti transitati su una scena mediatica sempre più affollata e globalizzata negli anni successivi al 1990, ha goduto, infatti, di una legittimazione così estesa e incontestata, libera anche dalle ombre e dalle controversie che avevano circondato le altre figure simbolo del XX secolo, da Gandhi a Churchill, da Kennedy a Che Guevara. Che questo destino debba toccare a un leader africano ha, in apparenza, qualcosa di paradossale. Infatti, il continente nero appare il grande sconfitto nella rivoluzione economica che ha caratterizzato il passaggio del secolo, dalla quale l’Asia e la stessa America Latina paiono essere uscite con la certezza, sempre più realistica, di poter sfidare il secolare monopolio detenuto dall’Occidente europeo e nordamericano nella gara planetaria per lo sviluppo.

La verità è che Mandela si è trovato a incarnare, di più e meglio di ogni altra personalità, i valori unificanti che hanno tenuto insieme un mondo che, sotto la guida dell’Occidente liberale uscito vittorioso dalla Guerra fredda, emergeva dall’incubo della guerra nucleare e del conflitto Est-Ovest. La sua figura, in effetti, sembra riassumerli tutti. Da un lato, la speranza che il nuovo conflitto che sembrava incombere sul mondo – lo scontro tra “bianchi” e “neri”, inteso sia come urto tra l’Occidente “moderno” e le culture “tradizionali” del resto del mondo; sia come divario tra Nord ricco e Sud povero – fosse riconducibile, in ultima analisi, alla resistenza ostinata ma superabile dei pregiudizi e dell’egoismo di esigue minoranze. Dall’altro, la nuova fede nel fatto che le scelte degli individui e le capacità di leader illuminati e di buona volontà potessero superare tutti gli ostacoli di natura strutturale che avevano giustificato lo scetticismo e il cinismo della diplomazia e della politica occidentale nei decenni successivi alla Seconda guerra mondiale e alla decolonizzazione.

La vicenda personale di Mandela, con la lunga reclusione nelle carceri dell’apartheid, seguita dalla liberazione e dalla elezione a primo presidente nero del suo paese, e il lieto fine della lunga crisi sudafricana, culminata in extremis in una transizione pacifica, hanno fatto sì che la sua figura, meglio di qualsiasi altra, incarnasse l’aspettativa che il grande processo di allargamento della società del benessere e della libertà non dovesse incontrare più nessun confine più o meno “naturale”, e che fosse sul punto di estendersi anche agli angoli più periferici e “difficili” del pianeta.

Per quanto dominato dagli ideali dell’inclusione e del superamento di ogni confine etnico e spaziale, il mondo di cui Mandela è diventato il simbolo resta però un mondo i cui centri sono (o erano) ancora chiaramente identificabili nelle grandi metropoli coloniali e postcoloniali del mondo occidentale, i cui confini coincidono, in fondo, con lo spazio dominato dall’inglese, la più fortunata ed espansiva tra le lingue del colonialismo europeo. È inevitabile, quindi, che le radici ultime del successo globale dell’icona Mandela debbano essere cercate in Occidente, o meglio nel rapporto, difficile e tormentato, ma allo stesso tempo profondo e durevole, tra l’Occidente e l’Africa. In questa prospettiva, non pare affatto casuale che la terra che ha dato i natali all’icona indiscussa della globalizzazione economica e democratica sia stato il Sudafrica, paese “periferico” nel continente africano ma area di cerniera tra i due mondi, e assai più “meticcio” di quanto la sua lunga storia di segregazione razziale faccia credere. Continua sul numero speciale di Nigrizia – dicembre 2012.

 

*docente di geoeconomia e politica linguistica presso l’Università Cattolica di Milano

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